Autismo e informatica: Lo strano legame

In Olanda, alla ricerca dello strano legame fra la sindrome e l’ informatica

Inclinazioni Studi precedenti hanno rilevato che tra padri e nonni di ragazzi autistici gli ingegneri sono frequenti

Sembra esistere uno strano legame tra l’ autismo (e altri disturbi appartenenti alla stessa categoria ma meno gravi, come la sindrome di Asperger) e le capacità matematiche, l’ interesse per l’ informatica, l’ ingegneria e la fisica. Una ricerca pubblicata sul Journal of Autism and Developmental Disorders ha dimostrato che nella città di Eindhoven, in Olanda, dove esiste una particolare concentrazione di industrie di It (Information Technology), si riscontra un numero molto più elevato di ragazzi ai quali è stato diagnosticato un disturbo di tipo autistico. La ricerca è stata realizzata da Martine Roelfsema e da un gruppo di studiosi che fanno riferimento all’ Autism Research Centre dell’ University of Cambridge e ha dimostrato che a Eindhoven ci sono 229 casi di autismo ogni 10 mila ragazzi in età scolare, rispetto agli 84 di Haarlem e ai 57 di Utrecht (sempre in Olanda). Secondo i ricercatori inglesi, il tratto psicologico comune tra l’ autismo e queste discipline sarebbe l’ interesse per la «sistematizzazione», una spinta verso il voler analizzare come lavorano i sistemi e tentare di riuscire a costruirli e a predirne e controllare il funzionamento. Il tutto associato a una grande attenzione nei confronti dei dettagli. Studi precedenti avevano già dimostrato che, tra i padri e i nonni di ragazzi affetti da autismo, gli ingegneri sono molto più frequenti che tra padri e nonni degli altri ragazzi. Naturalmente è possibile che l’ alto numero di ragazzi autistici di Eindhoven possa dipendere da fattori diversi. Quindi potrebbe non essere la conseguenza del concentrarsi proprio lì di famiglie attratte dalla presenza di industrie tecnologiche, in quanto portatrici di geni correlati all’ autismo e perciò portate alla sistematizzazione. Gli stessi ricercatori prospettano ipotesi diverse, come la possibilità che nei servizi sanitari di Eindhoven si faccia una sovradiagnosi dei casi correlati all’ autismo. Tuttavia, l’ ipotesi dell’ esistenza di un legame profondo tra autismo e talento matematico/informatico resta, tanto che ora i ricercatori dell’ Università di Cambridge stanno progettando nuovi studi finalizzati a chiarire ulteriormente questo legame.

Fonte: Corriere

Autismo: Squag, il social network per ragazzi autistici

Squag è un social network americano (in inglese) nato da poco e in continua evoluzione, creato da Sara Winter e dalla sua famiglia.

Sara – come si racconta in questo articolo – ha un nipote autistico e da più di dieci anni segue la sua crescita e le sue mille difficoltà, tra le quali l’incapacità di socializzare facilmente con i suoi coetanei. Negli ultimi anni, Sara e i genitori del ragazzo hanno cercato di aiutarlo a gestire la sua malattia e, nonostante i passi avanti, il nipote ha grandi difficoltà nel relazionarsi e nel comunicare: ad esempio, la parola “piazza”, che in inglese si dice square, lui la pronuncia squag.

Ed è proprio Squag il nome scelto per il social network sviluppato da Sara Winter per aiutare i ragazzi autistici.
Con l’arrivo di Facebook, Twitter e l’ascesa dei social network, milioni di adolescenti hanno cominciato a comunicare in maniera diversa e la Winter ha capito subito che la Rete avrebbe potuto aiutare a mettere in relazione con gli altri anche chi, come suo nipote, ha difficoltà a farlo.
Ma prima che un ragazzo autistico possa trovarsi a suo agio su un social network qualunque ha bisogno di sperimentare in un posto sicuro in cui incontrare persone come lui. Ed è quello che cerca di fare Squag.

Squag è un sito, ma in futuro anche un’applicazione per smartphone e tablet, rivolto ai bambini dai nove anni in su, progettato per fornire agli affetti da autismo uno spazio online sicuro e confortevole dove poter praticare le loro abilità comunicative e acquisire fiducia in se stessi.

Squag.com è solo uno dei tanti siti o software per computer, cellulari e tablet, sviluppati per aiutare giovani con necessità particolari. L’AppStore di Apple domina il mercato virtuale di questi prodotti, con circa 200 applicazioni dedicate ai bambini affetti da disabilità di diverso tipo, mentre per Android ne esistono circa 70.

Fonte: Navigaresicuritelecomitalia.it

Auti, il pupazzo per bambini con autismo

Sta nascendo il prototipo di un nuovo giocattolo in grado di stimolare comportamenti adeguati in bambini con autismo. È un’invenzione australiana della Victoria University. Il giocattolo che consiste in un pupazzo di morbida pelliccia di opossum è stato chiamato “Auti”. La caratteristica peculiare di questa invenzione è quella di essere un giocattolo che se viene utilizzato in maniera impropria o attraverso comportamenti negativi si spegne.
Ricorda un pò l’applicazione dell’estinzione, una delle tecniche comportamentali utilizzate nell’ABA (Analisi Comportamentale Applicata) per ridurre o estinguere del tutto un comportamento problema, cercando di ignorare il bambino che sta attuando il comportamento disadattativo evitando qualsiasi reazione sia essa positiva o negativa, quasi spegnendo l’interazione, proprio come propone questo nuovo giocattolo.

Auti
Auti

La responsabile dell’invenzione, Helena Andreae si è riproposta di escogitare un giocattolo in grado di facilitare comportamenti adattativi nei confronti del gioco stesso e come effetto secondario produrre una maggiore capacità di lettura dei segnali emotivi che altri bambini possono produrre nei confronti di quelli con autismo che di contro sono scarsamente capaci di leggere le intenzioni degli altri.
Il giocattolo è provvisto di sensori regolabili secondo le esigenze individuali dei bambini e può essere inserito tra i giochi in un’età precoce, nei primi 6 mesi di vita. «I bimbi autistici hanno difficoltà a giocare” – afferma Andreae – “Hanno grande difficoltà a sviluppare anche i più semplici scenari di finzione e hanno ulteriori difficoltà a giocare con altri bambini” poiché molto spesso non sanno quali sono le modalità vincenti per interagire con i propri pari.

Auti

Gli autistici amano gli schermi, ma non sono su Facebook

Gli autistici amano gli schermi, ma non sono su Facebook

Le persone con autismo (di grado piu’ o meno severo) sembrano essere affascinate da tutto cio’ che ha a che fare con uno schermo. Una ricercatrice dell’università del Missouri ha notato che gli adolescenti autistici (piu’ o meno) passano la maggior parte del loro tempo libero sui media non sociali: televisione e videogiochi in particolare. Questa non è una novità per le persone specializzate nell’accompagnamento degli autistici, ma si tratta del primo studio scientifico su questo argomento. Il 64% degli adolescenti autistici trascorre la maggior parte del tempo a guardare la televisione o a giocare con i videogiochi; sono anche meno suscettibili rispetto alla media ad utilizzare il tempo per scrivere emails, chattare, oppure visitare social network (13,2%).

 Sappiamo che l’abuso di questi tipi di media nei bambini in fase di sviluppo e nocivo a lungo andare per il profitto scolastico, le relazioni sociali, la regolazione del comportamento, l’attenzione e la salute in generale. Non è la tecnologia in se che causa problemi, ma il suo utilizzo e gestione. Bisogna quindi cercare di sviluppare un seguito. Ulteriori studi vogliono giustamente tentare di fare luce sui punti  positivi e negativi su queste utilizzazioni.

Andare piu’ lontano : Micah O. Mazurek, Paul T. Shattuck, Mary Wagner, Benjamin P. Cooper. Prevalence and Correlates of Screen-Based Media Use Among Youths with Autism Spectrum Disorders. (PDF) Journal of Autism and Developmental Disorders, 2011; DOI: 10.1007/s10803-011-1413-8

Tradotto da Mondo Aspie, articolo originale:http://www.sur-la-toile.com/article-13836-Les-autistes-adorent-les-ecrans-mais-ne-sont-pas-sur-Facebook.html

 

Libro: I ragazzi con gli occhiali che hanno cambiato il mondo. Asperger e Nerd tra orgoglio e pregiudizi

I nerd tra orgoglio e pregiudizi
Il volume di Benjamin Nugent spiega come i «ragazzi con gli occhiali» stiano cambiando il mondo. Un tempo emarginati, oggi i secchioni sono i nuovi eroi popolari

Cowboy, pionieri, gangster, cheerleader e giocatori di pallacanestro. Sono gli eroi nella cultura popolare americana. Gente che dà il meglio di sé nell’impeto dell’espressione fisica. Ma guardando dietro il cartonato su cui è impressa la facciata di queste figure si scopre che spesso sono frutto della fantasia di individui che rappresentano il loro opposto, pur essendo comunque personaggi fondamentali della cultura pop: i nerd.

Banalmente accomunati sotto il termine «secchioni», sono i ragazzi con gli occhiali dall’apparenza indistruttibile «che stanno cambiando il mondo», come recita il sottotitolo del libro di Benjamin Nugent, Storia naturale del nerd, edito nella collana dei Gialli di Isbn. «Questo è un argomento di solito trattato con leggerezza. Il mio invece sarà un approccio molto serio, da vero nerd», chiarisce subito l’autore che, come si capisce dalla mole del libro, parla di un argomento che conosce bene, considerandosi un nerd rinnegato. Un ex nerd.

Questo curioso volume non vuole essere «né una difesa del nerd né una sua esaltazione», ma si propone di analizzare il significato della figura, stabilirne le origini e mostrarne le dinamiche in uno studio che passa da riferimenti letterari – per Nugent in Orgoglio e pregiudizio «appare evidente la nerditudine» di Mary Bennet – a possibili collegamenti razziali, con la conclusione che gli ebrei sono proto-nerd perché storicamente si sono concentrati su attività non fisiche e che gli asiatici sarebbero predisposti a essere nerd per il loro approccio alla tecnologia.

Ma prima di avventurarsi nell’analisi, bisogna accordarsi sul significato del termine. «L’essenza del concetto di nerd non sta nell’intellettualismo o nell’inettitudine sociale», ma «esistono due macrocategorie di nerd». La prima è rappresentata da chi ha qualità più intuitive che logiche. La seconda da individui definiti nerd perché socialmente ai margini, chiamati così dai compagni di scuola «in cerca di zimbelli da far sentire esclusi». Per riconoscere gli originali ci sono delle caratteristiche: solitudine, natura ripetitiva e meccanica, scarso uso del corpo, risata infantile, tendenza a prendersi molto sul serio. Poi «basta guardarli due secondi per capire che preferiscono la fisica astratta, i dibattiti scolastici o i videogiochi allo skateboard, alle feste e al calcio». Uomini (molti) e donne (poche) fissati con le regole e con un debolissimo senso atletico che esistono almeno da quando esistono i romanzi, azzarda Nugent citando illustri esempi letterari che, oltre alla Austen, comprendono Casa Howard (1910) in cui Tibby, mentre ascolta Beethoven, più che farsi trasportare dalla melodia «si concentra in maniera ossessiva sulla meccanica della composizione». Come lui Gussie Fink-Nottle, personaggio di P.G. Wodehouse, che nei rapporti «anela a un tipo di interazione computerizzata». L’esempio più fulgido è Victor Frankenstein, vero proto-nerd che dopo essersi concentrato per anni sulla realizzazione della sua creatura, assemblando pezzo su pezzo, quando finalmente prende vita fugge terrorizzato: «Il fallimento di Victor è sul piano dell’empatia, consiste nel non riuscire a rapportarsi con l’altro a livello emotivo».

La tesi è che la figura del nerd sia stata tratteggiata da «romantici come Mary Shelley che guardavano con sospetto a esperti di cose tecniche in quanto apparentemente distanti dalla vita familiare». Ma la modernità è dalla parte dei nerd. Di gente come Steve Jobs, Bill Gates e Mark Zuckerberg. E la loro sofferenza (intesi come categoria), nascerebbe dalla dicotomia generalmente accettata tra ragione e emozione, «nel sentire che, essendo a proprio agio con il pensiero razionale, sono esclusi dall’esperienza della spontaneità, dalle relazioni sentimentali, dai legami non razionali con gli altri».

Ma gli ultimi anni hanno segnato una rivincita, trasformando la rappresentazione dell’emarginazione in un modello da seguire. L’estetica nerd vanta ora un esercito di hipster: gente travestita da nerd per manifestare apprezzamento verso il presunto «rifiuto delle forze che dettano legge», come la moda. I nerd non sanno cavalcare tendenze e diventano outsider da imitare. Così si spiega l’invasione di occhialoni, cardigan e pantaloni stretti che ha travolto la moda e lo spettacolo, regalandoci le immagini (tra gli altri) di Demi Moore, Scarlett Johansson, Justin Timberlake, Britney Spears, David Beckham in divisa da nerd.

Pur attraversando tematiche anche lievi, il libro si avvicina alla conclusione indagando lo spettro dell’autismo. Secondo l’autore ci sarebbero molte caratteristiche comuni tra i portatori della sindrome di Asperger e gli appassionati di regole, fantascienza e videogiochi: «Il quantum distingue un Asperger da un nerd neurologicamente normale. L’inettitudine sociale è causata dalla difficoltà nel leggere quel tipo di comunicazione umana che anche le macchine faticano a interpretare». Ma pur con questa diversità emotiva, Nugent ricorda che i nerd sono uguali a tutti gli altri in almeno una caratteristica: nel bisogno di sentirsi accettati.

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Sindrome di Asperger e lavoro di Beta Tester

Da Rain man in poi, le credenze e convinzioni comuni sull’autismo si sono fatte probabilmente un po’ confuse, dal momento che il personaggio presentato in quel film presentava più che altro i tratti della cosiddetta sindrome di Asperger, che caratterizza persone particolari, insofferenti ad alcune regole sociali consolidate, ma dotate di intelligenza normale, però differente, e magari per certi aspetti superiore, rispetto alle medie aspettative.

Solitamente invece i segni che caratterizzano questa tipologia di disturbi, come i comportamenti anomali del ritiro autistico, le limitatissime capacità espressive soprattutto verbali, la mancanza di interesse per l’interazione sociale con conseguente chiusura e le stereotipie, rendono molto difficile l’integrazione di questi soggetti, che risultano pertanto esposti a un alto rischio di isolamento sociale.
Spesso si ricorre a strumenti informatici, in questo come in altre tipologie di disabilità, per compensare alcune carenze della persona, con un piccolo rischio di ulteriore isolamento, accompagnato però dalla moltiplicazione di opportunità che in alcuni casi poi va ben oltre le esigenze di persone con disabilità; si pensi alle prime ricerche, che portarono all’uso del T9 per la scrittura di SMS, o anche alla diffusione degli strumenti di lettura automatica, che certamente non sono rimasti limitati alle problematiche della dislessia o dei disturbi della vista.
La notizia che arriva dall’Illinois riguarda un peculiare gruppo di beta tester: i loro comportamenti un po’ stravaganti li rendono dei veri e propri personaggi, dal momento che uno di loro non fa che parlare, un altro odia andare in macchina; qualcuno non sopporta sedersi vicino agli altri, qualcun altro non tollera il rumore dell’aspirapolvere. Ma quali specialità li rendono così bravi nel lavoro di beta tester ?

Per fare qualche esempio, l’attenzione ai dettagli e la capacità di ripetere operazioni piuttosto monotone instancabilmente possono bilanciare il fatto che queste persone non amino guardare negli occhi il loro interlocutore, o facciano fatica a stringere la mano al cliente, specialmente se dei dettagli relazionali si occupano altre persone più portate per la vita sociale in genere, e non prive di un giusto tocco di altruismo. L’associazione di cui parla questa notizia porta un nome con diverse sfumature di significato: la parola Aspiritech infatti sembra contenere al suo interno un riferimento alla tecnologia, allo spirito e alla sindrome di Asperger, uno dei disturbi dello spettro autistico che sembra lasciare più possibilità di integrazione, specialmente lavorative, a chi ne è portatore.
L’esempio Aspiritech potrebbe essere ripreso anche dalle nostre parti in forme analoghe, per questa come per altre disabilità, andando un po’ controcorrente rispetto a una tradizione che vede impiegare i più deboli soprattutto in lavori manuali, per i quali possono anche non essere granché portati. Progetti di questo genere, segnalati anche dalla stessa fonte di riferimento, esistono già in Europa, ma forse la creatività nostrana potrebbe aggiungere qualche ulteriore miglioria.

http://programmazione.it/index.php?entity=eitem&idItem=47657