Autismo: Camilla, la ragazza che corre come il vento

CAMILLA è bella, snella, alta e anche simpatica. Camilla ha 19 anni, ma non sa né leggere né scrivere. Camilla è autistica. Ma sa correre, e corre veloce Camilla. Ti piazza 64 secondi su un 400, sul “giro della morte”. E con gli ostacoli in mezzo è la terza atleta al mondo nella sua categoria, Juniores T20 (per i disabili mentali ci sono solo due categorie, la T20 per gli autistici, la C21 per i Down). E c’è qualcuno che ce l’ha portata su quel podio.

Dal novembre dello scorso anno infatti Camilla Ferlito si allena con i ragazzi del Progetto Filippide, guidato da Nicola Pintus, tecnico nazionale della Fisdir (Federazione italiana sport disabilità intellettiva relazionale) che nel 1983 fondò l’Associazione Sport e Società affiliata al Cip, l’Ente che controlla, gestisce e diffonde lo sport per atleti diversamente abili.

Attraverso il Progetto Filippide, l’associazione sfrutta lo spirito e gli strumenti dello sport come mezzo di integrazione sociale dei disabili mentali. I “ragazzi di Filippide” si allenano allo stadio Paolo Rosi di Roma, ma ormai si contano decine di affiliati in tutta Italia.

Impegno, costanza e agonismo fanno la differenza. La differenza che Camilla ha sperimentato passando da due allenamenti settimanali a quattro. Due sedute si svolgono di mattina al Paolo Rosi con gli altri ragazzi di Filippide e con i volontari, operatori che li spronano a correre senza fermarsi, a finire il giro, a raggiungere l’obiettivo. E due di pomeriggio con un gruppo di atlete di 15-17 anni normodotate allo stadio della Farnesina. In questi giorni anche il complesso sportivo della Cecchignola di Roma ha aperto le porte a Filippide e Camilla inizierà ad allenarsi con una ex-ostacolista azzurra dell’Esercito.

“Con noi Camilla si allena sulla resistenza, fa ripetute da 600-700 metri, mentre quando va alla Farnesina fa velocità, quindi dai 30 a i 300 metri” spiega Nicola Pintus. “Farle saltare l’ostacolo non è stato facile, perché lei tende a scavalcarlo. Quindi ora stiamo lavorando sul richiamo della seconda gamba, la parte più difficile. Ogni tanto ci aiuta anche un tecnico che allena un’atleta nazionale ma prima ha dovuto fare amicizia con Camilla: non dimentichiamoci che, anche se a guardarla non sembra, è sempre autistica. Prima di riuscire a insegnarle qualcosa bisogna entrare nel suo mondo”.

Il 16 e il 17 giugno a Macerata si terranno i campionati italiani Fisdir e Camilla correrà i 100 ostacoli e i 400 piani. Lei andrà lì per vincere, ma probabilmente non se ne renderà neanche conto. Come quella volta che arrivata ultima a una gara è corsa dalla mamma tutta contenta urlando: “Mamma ho vinto, sono arrivata ultima!”. Perché lei ha 19 anni ma come dice la madre, Federica, spesso ne ha 4 o 5. In sostanza non si può lasciarla sola, non è autosufficiente, non può fare quello che fa una ragazza della sua età, anche se lei vorrebbe. E non capisce perché non può.

“Però Camilla sa correre, corre da quando era all’asilo, quando non riuscivano a tenerla ferma e la mettevano nel corridoio a correre. Camilla è felice quando corre. Ora per lei l’importante è raggiungere un obiettivo, sentirsi protagonista, al centro dell’attenzione, non messa in un angolo” spiega Federica.

O “Federoica”, come la chiamano gli amici, separata (perché sono sempre i papà che se ne vanno, che lasciano la barca per primi quando hanno un figlio così) con altri due figli, i soldi sempre troppo pochi, uno Stato che aiuta ma col contagocce. Solo ora ha ottenuto l’accompagno. “Io non ho voluto gettare la spugna, ho capito che correndo avrebbe imparato a camminare con le proprie gambe, anche se con lei deve esserci sempre un tutor quando si allena con i normodotati – dice – anche se per farle fare lo ‘struscio’ a via del Corso come fanno le ragazze della sua età io e altre due mamme di ragazze disabili abbiamo dovuto cumulare le ore di assistenza domiciliare per farle seguire dalle ragazze della cooperativa il sabato pomeriggio. La mia Camilla sta trovando la sua strada. Non vegeta, vive, si emoziona. E affronta la vita ogni giorno (o quasi) col sorriso. La differenza tra Filippide e altre società è la stessa che c’è tra comprare un abito commerciale e uno di sartoria. Ad una prima rapida occhiata, se hai un fisico decente, ti senti bene , a posto con entrambi. Ti sembra simile l’effetto. Ma la sartoria l’abito te lo fa su misura. Così Filippide: il progetto è ad hoc, l’operatore pure, il lavoro pure. C’è una squadra che gira intorno al ragazzo. Non è il ragazzo e la famiglia che si adattano a ciò che offre la società”.

Sì perché Camilla a volte è il sole, con quel bel sorriso, con gli occhi che le brillano; a volte è il buio più nero, come quando si agita magari in fila alla posta insieme alla madre oppure quando piange disperata, impotente davanti ad una delusione. Camilla è bella, ma questo per lei non è un vantaggio. Perché la gente non lo sa che lei è “diversa” e la gente non è tutta buona.

“Camilla si stanca quando si allena ma quello che sta facendo è un percorso di crescita tutto per lei”, spiega Pintus. “Così ritrova l’equilibrio a livello mentale, è più serena. Attraverso la gestione dell’allenamento inizia a gestire anche le emozioni della quotidianità. Perché è nella quotidianità che trova le sue difficoltà. Ma attraverso l’integrazione negli ambienti in cui si muove, in famiglia, a scuola, nello sport, queste difficoltà diminuiscono. E anche quelle dei genitori. Perché le prime vittime della disabilità sono proprio i genitori, le mamme soprattutto, le ‘madri coraggio’ che abdicano la loro vita per i figli. Nulla può essere lasciato al caso”.

L’integrazione è un processo che parte anche dalla scuola. Filippide ha portato al campo di atletica le compagne di classe dell’istituto turistico che frequenta Camilla, per farle allenare tutte insieme: è stato un bel lavoro. Ma quando la scuola finirà che farà Camilla? Dove andrà? Non potrà stare a casa, non lei che per vivere ha bisogno di correre, di sciare, sì, anche di sciare…

“Il futuro lo vedo abbastanza grigio”, ammette Federica. “Sogno… spero che la sua vita futura sia all’interno di un campo di atletica, perché lei lì è felice. Non solo come atleta, magari come assistente di un istruttore. Ci sa fare con i bambini. Allora finalmente potrò sedermi e sentirmi soddisfatta del lavoro fatto come madre di Camilla. Sembra una cosa semplice, ma alle volte proprio le cose più semplici sono anche le più difficili”.
Fonte: http://www.repubblica.it/solidarieta/2012/06/13/news/progetto_filippide-36842245/

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