L’autismo è un disturbo della cognizione sociale? – Seconda parte –

La motivazione sociale

Avete notato come i bebè, iniziano molto presto a fissare i volti ? Non solo sono affascinati dal loro ambiente sociale, ma vi trovano anche delle indicazioni (come la direzione dello sguardo dei loro interlocutori) per esplorare il resto del mondo. La chiave dell’autismo si troverebbe in mezzo a questi due aspetti dell’orientamento sociale? In effetti, le manifestazioni d’interesse verso il contesto sociale mostrano delle anomalie che sono i segnali precoci dell’autismo. I neonati futuri autistici guardano meno gli occhi, e piu’ a lungo la bocca e la periferia dei volti. Fissano lo sfondo e la loro attenzione è attirata piu’ dagli aspetti sensoriali dell’ambiente (strutture, colori, melodie) che verso gli aspetti sociali. La direzione dello sguardo e il puntamento sono due indicatori forti della nostra attenzione. Nella vita di tutti i giorni, gli autistici li seguono meno. Eppure, in assenza di deficienza intellettuale associata, gli autistici sanno che la direzione dello sguardo indica dove una persona sta guardando. Quando osserviamo un volto fare uno scatto oculare, la sua direzione influenza la nostra attenzione. E’ il caso negli autistici e nei non-autistici. In piu’, di fronte ad uno scatto oculare , le reazioni del cervello degli autistici e dei non-autistici sembrano simili. In rivincita, nei non-autistici, un’attivazione differente si manifesta se lo sguardo è rivolto verso qualche cosa oppure nel vuoto. Negli autistici, questa differenza non appare.

Nell’insieme, una panoramica della cognizione sociale ci mostra delle differenze tra autistici e soggetti non autistici riguardo il ragionamento sulle situazioni sociali, la percezione degli stimoli sociali, l’interesse per gli aspetti sociali dell’ambiente. Il legame tra queste differenti particolarità è sconosciuto, ma è chiaro che si manifestano molto presto nello sviluppo. E’ possibile che si inneschino meccanismi di compensazione, che spesso rendono piu’ difficile la rilevazione di queste particolarità.

I processi  non specificatamente sociali

Oltre all’atipicità delle interazioni sociali, l’autismo  è caratterizzato da altre manifestazioni: dei comportamenti ripetitivi (stereotipie e rituali), il carattere ristretto dei loro centri d’interesse e la loro natura sensoriale, oppure la reazione atipica alle stimolazioni. L’associazione di queste particolarità sociali e non sociali è fortuita oppure potrebbe dirci di piu’ sulla natura di queste atipie sociali dell’autismo? Scopriamo che, se l’autismo è definito dall’associazione di questi tratti sociali e non sociali, gli uni e gli altri mostrano una certa indipendenza, sia nella loro intensità relativa nelle persone con autismo e nella loro distribuzione nell’insieme della popolazione. Alcuni fattori genetici possono avere un impatto su un’area indipentemente dall’altra, mentre una sola mutazione puo’ provare l’insieme dei sintomi.

E’ dunque la storia del bicchiere mezzo pieno: i tratti sociali e non sociali nell’autismo, se non appaiono sistematicamente associati, non sono completamente  indipendenti. E’ dunque pertinente interrogarsi su un’influenza degli uni sugli altri, ma dobbiamo tenere presente che non  puo’ valere per l’insieme di tutte le situazioni.

Raymond Babbit, l’eroina del film Rain Man, ripete incessantemente le stesse frasi quando viene disturbato nelle sue routine. Il comportamento ripetitivo degli autistici, la loro difficoltà ad uscire da una routine oppure a far fronte agli imprevisti hanno una certa somiglianza con dei comportamenti riconducibili a lesioni della corteccia prefrontale. Si chiamano “funzioni esecutive” un insieme di funzioni della corteccia prefrontale che permettono il comportamento non routinario: organizzare una serie di azioni (pianificazione), inibire i comportamenti automatici per fare posto a quelli piu’ riflessivi (inibizione), modificare una sequenza di azioni in funzione dell’evoluzione del contesto (flessibilità), tenere a mente le differenti informazioni utili per la decisione (memoria di lavoro) … Le situazioni sperimentali hanno evidenziato un profilo eterogeneo nell’autismo, confermando la mancanza di flessibilità e la bassa memoria di lavoro.

Non è chiaro pero’, se questo profilo riguarda l’insieme degli autistici, ne che sia specifico e possa per esempio far distinguere l’autismo dall’iperattività (ADHD), due disturbi che sono differenti. Eppure, i processi in gioco sembrano differenti tra gli autistici e i non autistici: alcune regioni del cervello sono meno sollecitate negli autistici durante le risoluzioni dei problemi mentre altre lo sono di piu’, anche se le prestazioni sono identiche. Cosi’, è piu’ pertinente pensare che il funzionamento esecutivo è differente piuttosto che deficitario nell’autismo.

La percezione è formata da primi livelli di selezione, di organizzazione, di rappresentazione dell’informazione entrante. Diversi aspetti della percezione distinguono gli autistici dai non autistici: una migliore distinzione uditiva (tonalità) e visiva ( luminanza, simmetria, alte frequenze spaziali); delle capacità piu’ elevate di rilevamento e manipolazione delle regolarità; in piu’ una grande autonomia dei processi percettivi in rapporto ad altri processi cognitivi. E infine la tendenza a focalizzare la percezione su piccole scale. E’ possibile che queste peculiarità della percezione abbiano un’influenza sull’attenzione rivolta verso l’ambiente sociale, mentre i non autistici diventano esperti nel loro ambiente sociale, gli autistici diventano esperti in altri aspetti dell’ambiente. Infine, la percezione orientata verso il dettaglio puo’ danneggiare la comprensione sociale delle situazioni, che necessitano spesso di un integrazione di piu’ livelli di analisi.

Un quadro dell’autismo piu’ contrastato di un deficit isolato

Il quadro dell’autismo che emerge dalla ricerca psicologica è dunque molto lontano dall’idea di un deficit specifico e isolato di questo o di quell’ aspetto della cognizione sociale. L’autismo sembra meglio descritto come un’associazione di tratti che definiscono un profilo particolare nelle sue caratteristiche sociali e non sociali.

La preponderanza spesso data all’atteggiamento sociale puo’ essere legata all’impatto adattivo di questo aspetto del funzionamento che ha la sua importanza agli occhi dei non autistici, più che per la specificità dei meccanismi coinvolti.

Infine, il profilo autistico non deve essere associato solo alle debolezze, ma anche ai punti di forza che dobbiamo comprendere per poterli  aggregare allo sviluppo delle persone autistiche.

Riferimenti

Forgeot d’Arc B. e Mottron L. Social Cognition in autism (2012). In Developmental Social Neuroscience and Childhood Brain insult (Anderson & Beauchamps, Eds), Guilford Publications, New York.

Jones, C. R., Pickles, A., Falcaro, M., Marsden, A. J., Happe, F., Scott, S. K., et al. (2011). A multimodal approach to emotion recognition ability in autism spectrum disorders. J Child Psychol Psychiatry, 52(3), 275-285.

Pelphrey, K. A., Morris, J. P., & McCarthy, G. (2005). Neural basis of eye gaze processing deficits in autism. Brain, 128(Pt 5), 1038-1048.

Vlamings, P. H., Jonkman, L. M., van Daalen, E., van der Gaag, R. J., & Kemner, C. (2010). Basic abnormalities in visual processing affect face processing at an early age in autism spectrum disorder. Biol Psychiatry, 68(12), 1107-1113.

L’autore dell’articolo è: Baudouin Forgeot d’Arc, psichiatra del Programma Autismo dell’Ospedale  Rivière-des-Prairies, a Montreal (Canada) e ricercatore del centro di ricerca e salute mentale dell’Università di Montreal.

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Tradotto e riadattato da Mondo Aspie, Fonte: Pseudo-sciences.org

L’autismo è un disturbo della cognizione sociale ? – Prima parte –

L’autismo è un disturbo della cognizione sociale?

Di  Baudouin Forgeot d’Arc, psichiatra del Programma Autismo dell’Ospedale  Rivière-des-Prairies, a Montreal (Canada) e ricercatore del centro di ricerca e salute mentale dell’Università di Montreal.

L’atipicità del funzionamento sociale è un aspetto centrale dell’autismo. Come si puo’ spiegare? Alcuni modelli esplicativi insistono sul carattere specifico delle particolarità cognitive. Per altri, questi meccanismi sono solo un aspetto di particolarità cognitive che colpiscono tutti i campi…

Le atipie del comportamento sociale fanno parte della definizione di autismo: “ritiro”, “indifferenza”, “bizzarrie” sono tutti termini associati alle sue descrizioni. Parallelamente, l’integrità fisica e conservazione del funzionamento nei differenti campi cognitivi hanno contribuito all’idea che l’autismo riflette un’attacco primario e specifico delle funzioni sociali. Per questo le descrizioni dell’autismo hanno sempre lasciato spazio a delle particolarità non specificatamente sociali: i comportamenti ripetitivi (stereotipie e rituali), il carattere ristretto dei centri d’interesse e la loro natura sensoriale, o ancora la reattività atipica alle stimolazioni. In mezzo ai modelli psicologici (1) scientifici dell’autismo, c’e’ ne sono alcuni che insistono sul coinvolgimento dei processi sociali e altri sulle particolarità generali del funzionamento. Andremo a discutere questi modelli differenti.

Immaginare i pensieri e le intenzioni degli altri

La complessità e la quantità delle interazioni sociali hanno avuto un grande impatto sulla sopravvivenza e il successo riproduttivo dei nostri antenati. La mente umana eredita cosi’ la modellatura per l’evoluzione di strumenti altamente performanti in questo campo cruciale. Delle funzioni percettive permettono di rilevare in un viso o in un timbro della voce numerose informazioni, come l’identità o l’emozione. Delle basi concettuali permettono di attribuire agli altri pensieri, scopi, opinioni, e di collegarli all’insieme della nostra rete di conoscenze. Meccanismi  d’attenzione che catturano presto l’interesse dei piccoli umani verso il contesto sociale che permetteranno di sviluppare una valutazione sociale ulteriore. L’autismo sarebbe quindi l’espressione di un mancato funzionamento di questi sistemi specializzati?

Questa mattina, quando mia figlia è entrata nella cucina , mi sono detto:” Se avesse saputo che il cioccolato era sparito, non avrebbe aperto il cassetto per cercarlo, a meno che non voglia farmi credere che è innocente…”. Questo semplice gesto verso un cassetto ha suscitato in me una cascata di attribuzioni di eventi mentali, pensieri e intenzioni, collegate da meccanismi ( pensa cio’ perchè sa questo…). Il pensiero di mia figlia era invisibile, la chiamiamo “teoria della mente”, uno strumento cognitivo che permette di supporre la sua esistenza e le sue proprietà. Negli anni 80, l’idea che questo meccanismo potesse essere difettoso negli autistici ebbe una notevole influenza. L’incapacità di rappresentare il pensiero degli altri fornirebbe una spiegazione comune a sintomi apparentemente distanti, come la difficoltà degli autistici a capire l’intenzione del linguaggio (come ad esempio l’ironia) o ancora l’assenza nei giochi di ruolo. Diversi esperimenti hanno effettivamente dimostrato che il ragionamento degli autistici sul pensiero degli altri è  nella media meno efficente. Pero’, alcuni autistici che hanno un alto livello di linguaggio, superano questi test, e quindi non possiamo dire che gli autistici in generale non hanno una teoria della mente. Tuttavia, anche negli adulti autistici con un alto livello intellettuale, il ragionamento su delle situazioni sociali complesse sembra meno spontaneo e meno efficace. Parallelamente, l’attivazione delle regioni cerebrali coinvolte in questi processi è minore  negli autistici rispetto ai non autistici.

La percezione del contesto sociale

Le interazioni sociali mettono in gioco dei processi percettivi specifici che sembrano funzionare in maniera diversa negli autistici. Per esempio, nei non-autistici, il riconoscimento dei volti si basa sulla loro configurazione, cioè sulla distanza relativa tra le due parti del viso. Gli autistici sono capaci di riconoscere i volti, ma si basano di piu’ sulla forma dei dettagli. Il riconoscimento di un volto attiva le stesse regioni cerebrali degli autistici e dei soggetti non autistici. Tuttavia, mentre queste regioni sembrano reagire specificatamente ai volti nei soggetti non-autistici, negli autistici invece queste regioni cerebrali reagiscono anche con altri oggetti. Alcuni autistici sono capaci di riconoscere le espressioni facciali. Erano state riscontrate delle difficoltà in questo campo, ma uno studio recente su un gruppo numeroso di adolescenti senza deficit intellettuale ha dimostrato che non ci sono differenze importanti tra autistici e non-autistici. Per testare la rilevazione dell’intenzionalità nel movimento, vengono presentati dei punti o delle forme astratte eseguendo dei movimenti a caso, o al contrario alla maniera dei personaggi. Una parte dei soggetti autistici è riuscita a rilevare il movimento intenzionale. Eppure, le regioni cerebrali interessate sembrano attivarsi in generale di meno negli autistici in presenza di questi stimoli.

Cosi’, i diversi processi  di percezione sociale fanno apparire delle differenze, ma non dei deficit che possono sembrare profondi e universali nell’autismo. L’eterogeneità dei risultati è anche il fenomeno piu’ accertato ! E sembra legata alla varietà dei test utilizzati, delle persone autistiche e dei possibili meccanismi cognitivi coinvolti. Essa suggerisce anche  l’esistenza di meccanismi di compensazione.

1) La nozione di modello psicologico, o cognitivo, non pregiudica assolutamente la casualità tra la biologia e la psicologia nell’autismo. Si tratta di un livello di descrizione che s’interessa alla funzione trattante dell’informazione.Riguardo all’autismo, data l’importanza dei fattori biologici, la plausibilità biologica dei modelli cognitivi è tuttavia una questione essenziale.

Articolo tradotto e riadattato da Mondo Aspie, Fonte: Pseudo-sciences.org