La disabilità non va in vacanza: storie di quotidiane vergogne italiche

Mi sono identificata molto nei racconti di questa mamma e credo di non essere l’unica !

Come farei senza le mail di Queen Ann. Pian piano si è costruita un’amicizia virtuale. Adoro lo stile diretto e pratico di questa donna dal carattere forte. Leggete con me questa sua lettera e ditemi cosa ne pensate.

La scuola sta per finire, aspettiamo gli scrutini e gli esami, salutiamo tutti e andiamo in vacanza. E il disabile? Per il disabile e sua madre la faccenda è diversa: può essere la fine di un incubo o il riposo dopo la battaglia.

Una premessa: i disabili devono essere inseriti nelle scuole normali, hanno l’obbligo di frequenza fino a 18 anni anziché fino a 16, hanno una insegnante di sostegno (che ha fatto corsi particolari e alcuni conoscono il linguaggio dei segni per i sordi e il Braille per i ciechi) che non è tutta per loro ma “di sostegno alla classe”. Poi c’è la figura dell’Assistente Educativo Comunale o Aec, pagato dal Comune, che si occupa delle necessità fisiologiche del disabile, lo accompagna a ricreazione e in palestra, si occupa di libri, zaini e merende e interviene al bisogno. Per taluni disabili è previsto un programma di studio adattato a loro che si chiama Piano Educativo Individuale, compilato dall’insegnante di sostegno in accordo con tutti gli altri professori. I rapporti con la famiglia vengono tenuti con tre riunioni annue di Gruppo Lavoro Handicap. Tutto bello vero! vero? No. Ne succedono di belle che vale al pena raccontare.

Cominciamo dalle elementari. Il modulo con due insegnanti e il tempo pieno, laddove c’è, sembra funzionare. Le insegnanti di sostegno sono in buona parte tutte laureate in pedagogia, specializzate in didattiche particolari; i compagni di classe, ancora nella beata infanzia, non si fanno troppi problemi con il disabile e la cosa va. Però… Molti disabili non possono frequentare tutte le ore di scuola perché di solito hanno una fitta agenda di impegni da far invidia a Merkel e a Obama messi insieme: riabilitazione motoria, visiva, uditiva, respiratoria, del linguaggio, idroterapia, ippoterapia, interventi chirurgici alle anche, ai tendini, agli occhi, allo stomaco, alla spina dorsale, visite di controllo, visite legali ASL etc etc.

Molti bambini fanno quindi un orario ridotto per cui imparano quello che possono e quando possono. Gli insegnanti elementari cadono dal pero. “Non ha fatto tutti i compiti? Ma, signora mia, cosa fa allora nel pomeriggio?” Non rispondete, arrotolate sette volte la lingua e non rispondete! Intanto caro disabile beccati un attestato di frequenza anziché una licenza elementare. L’unico vantaggio è che il disabile comincia a capire che qualcosa non va e che lui è un diverso, anzi che vale quanto un certificato di frequenza, cioé niente.

Alle medie il discorso si affina: gli adolescenti cominciano a fare i “distinguo”, il disabile puzza ed è scemo. I professori sono sette/otto e quello di sostegno viene visto come un soggetto che si immischia nella loro didattica. Gli Assistenti Educativi Comunali sono assegnati in modo creativo per cui a volte viene mandata una donna ad accudire un carrozzato spesso più pesante di lei oppure, peggio, un cinquantenne che accompagna in bagno la bambina dodicenne appena sviluppata. Proteste delle madri, i responsabili che si stringono le spalle blaterando scemenze e giù cause giudiziarie perchè in Italia il “fare causa” è l’unico modo per farsi sentire.

Non mancano fatterelli esilaranti: per entrare nella scuola, al momento dell’iscrizione, ci vuole un certificato della ASL con la diagnosi. Le diagnosi sono codificate numericamente. Ebbene una madre mi ha detto che il preside, per giustificare la riduzione delle ore di sostegno al figlio, ha preso a pretesto questi numeri per dirle che sono delle graduatorie di handicap ed essendo la somma di questi numeri molto bassa aveva diritto a meno ore. Graduatorie di handicap? “I presidi sono dirigenti – ha commentato – e vengono pure pagati come tali. Se questa è la dirigenza dello Stato, povera me!” Ovviamente ha dovuto far causa. Avrai pure il diritto allo studio, intanto beccati la presa in giro e paga l’avvocato.

Come già accennato gli Assistenti Educativi Comunali sono dipendenti di una cooperativa che vince l’appalto del comune per fornire personale “specializzato”. La selezione è sicuramente ad ampio raggio, sociale, culturale e territoriale, anzi planetario: ci sono trentenni che stanno facendo varie specializzazioni post-universitarie, ex disoccupati o extracomunitari che si adattano perché alla fine portare un disabile in bagno non richiede chissà che specializzazione. Ma spesso sono impreparati alle fughe, ai morsi, alle crisi epilettiche, e giù muguni e proteste con le famiglie. Se poi c’è la gita scolastica fioccano i mal di schiena, gli impegni familiari, il coniuge geloso, l’antenato disabile etc. Se la madre propone di venire lei, assolutamente no perché non è educativo, non persegue l’autonomia del figlio. E’ più educativo lasciare il disabile a casa così raggiunge più autonomia.

La seguente storia è capitata a me qualche anno fa. Scuola Media: insegnante di sostegno un ex architetto, riciclatosi dapprima come insegnante di tecnica e poi sostegno, l’Aec una fanciulla di scarsi 23 anni, bella come la sua antenata Neanderthal. Per tutto il primo quadrimestre tentò di psicanalizzarmi nel cortile della scuola trattenendomi oltre tempo massimo e a voce alta, così informando minuziosamente alunni, genitori e professori che entravano nell’edificio sulle mie difficoltà nell’accettare un figlio disabile. All’uopo proponeva con insistenza interventi socio-sanitari a cura della Sua Cooperativa, Prima al Mondo nel Servizio a noi famiglie disgraziate. La mia protesta in cooperativa ebbe come risposta “è una delle nostre migliori e più qualificate!” (a 23 anni! Capperi! proprio precoce la tizia!).

Poi passò a psicanalizzare la badante di mia madre (90enne a letto per ictus) che si era offerta di andare a scuola. Stavolta il tema era “vedi che avevo ragione, la madre non viene perché non accetta il disabile e tu badante rumena che ti fai schiavizzare, Poverina sei fuori dai tuoi riferimenti socio-familiari-culturali, soffri perché il tuo governo non ti assicura la Sussistenza Minima Civile Europea. Lo sradicamento socio-economico provoca fragilità psico-attitudinale……bla bla”. La rumena, una sveglia cinquantenne senza troppi riguardi educativi, se la tolse di torno puntandole un dito minaccioso: “Tu hai faccia come de miu cane ma no core come de miu cane… Tu azzitta”. Non procedo oltre perché è politicamente scorretto.

La fanciulla, sicura di sé, mi scriveva messaggi tra il sovietico e il marziano sul diario di mio figlio, amorevolmente da me conservato. Ecco alcune delle sue perle.
26 novembre: “oggi si è bagnato per mancato controllo delle urine, di conseguenza ha sporcato anche gli indumenti e non aveva buon odore tanto da infastidire i compagni. Inoltre comincia ad avere i suoi primi approcci con la sessualità toccandosi i genitali… Vi invito a collaborare a riguardo per una migliore funzionalità della classe”. (provate a farvela addosso poi ditemi se per caso non vi viene da grattarvi, ma perché non lo ha portato in bagno subito e cambiato?)

Poi l’8 febbraio scoppiò il dramma: “Suo figlio mi ha chiamato “stupida”. Desidero conferire urgentemente con Lei con riferimento al grave episodio di intemperanza verbale per il quale finora non ho interessato l’Organo Dirigente della Scuola”. Risposi, sempre sul diario “Preferisco che Lei mi illustri gli antefatti del grave epiteto “stupida” davanti all’Organo Dirigente della Scuola”. Non diede seguito.

Il 13 febbraio trovai due note:
“Suo figlio provoca e dice parolacce ai compagni, la reazione dei compagni poi disturba la lezione”. “E’ successo per fatti accaduti ieri tra L. e suo figlio. Suo figlio si è ricordato e gli ha risposto in malo modo”. La mia risposta avrebbe fatto la gioia di un analista della CIA.: “Nella prima nota scrive che mio figlio “provoca” poi nella seconda nota lei scrive che “ha risposto”, un comportamento che deriva da sollecitazione. Premesso che bisogna essere in due a litigare, si decida a dirmi se mio figlio ha provocato o è stato provocato. Poi fa un riferimento a qualcosa che è successo ieri e di cui non mi ha scritto nulla. Sembra che ieri L abbia aggredito e insultato mio figlio il quale gli ha risposto oggi. Siccome L. è figlio di un professore universitario e il mio è un dannato disabile, allora quello che fa L. non conta e quello che fa mio figlio è grave. Da che parte sta lei? Di cosa ha bisogno all’Università?”. Ovviamente non rispose. Ma… due giorni dopo:

15 febbraio: “suo figlio ha aggredito sessualmente una compagna. Si invita a contattare con urgenza il neuropsichiatra della ASL per il contenimento delle pulsioni”. Quando lo lessi trasecolai (Cavolo! a 11 anni già andiamo a bromuro?) e interrogai mio figlio “Che diavolo hai fatto? Sei finalmente uscito dalla carrozzina, sei riuscito a stare in piedi da solo e pure a saltarle addosso?” Protestò a lungo e pianse. Pianse tanto e disperato. “Mi ha detto che era il suo compleanno e le ho chiesto se potevo darle un bacio. Gli altri glielo hanno dato ma se voglio darlo io, lei si deve chinare. IO HO CHIESTO PERMESSO”. La ragazza e sua madre confermarono, altri compagni confermarono. Solo l’architetto di sostegno sostenne la versione dell’AEC. (diciotto a uno, ha ragione mio figlio!).

A questo punto fu ovvio iniziare le procedure per liberarsi della bella Neanderthaliana. Avete letto bene “procedure”: fui costretta a scatenare un inferno. L’insegnante di sostegno, che evidentemente aveva il gusto dell’orrido ma non della giustizia, cercò di far sparire il diario e li divenni un cobra: “se il diario non torna a casa sappia che viene fotocopiato ogni giorno e siglato da miei colleghi. Partirà immediatamente una denuncia per maltrattamenti a minore disabile ex art 36 Legge 104/92″ perché quello che c’è scritto è già sufficiente”. Il diario tornò ma l’architetto ritenne più proficuo fare le parole crociate e mio figlio fu mollato ad una bidella. Lo beccai e protestai ma il preside disse che mio figlio non aveva voglia di lavorare a scuola, esattamente dal 22 febbraio in poi.

E ora concludiamo: quando ci viene elargito un qualcosa, valido o meno, anche se è un diritto è pur sempre una graziosa elargizione del Sovrano e il suddito deve ringraziare e lodare. Guai se fiata diversamente. Che siano i nostri soldi a pagare queste persone non ha importanza. Come siano reclutate e addestrate non ha importanza. Contestarle, poi, genera una serrata di casta incredibile perché, mi spiegò una insegnante, “non puoi permettere che ti contestino o contestino comunque chi è nella scuola, ne va della tua dignità e credibilità. La nostra autonomia formativa non può essere soggetta a valutazioni che spesso sono capricci”.

Ma davvero dobbiamo proprio sopportare in silenzio, in nome della Superiore Dignità della Scuola, comportamenti demenziali, offensivi e omertosi, linguaggio arrogante, menzogne, essere messi sotto accusa per nonnulla? E sarebbero questi i capricci dei nostri figli disabili? E la scuola pensa davvero di poter preservare la sua dignità costringendoci a fare causa o a scatenare un inferno, a ricorrere alle minacce?

Arrivederci alla prossima. Queen Ann

Tratto da :Blog.ok-salute.it

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