Abilità autistiche

Libro: I ragazzi con gli occhiali che hanno cambiato il mondo. Asperger e Nerd tra orgoglio e pregiudizi

I nerd tra orgoglio e pregiudizi
Il volume di Benjamin Nugent spiega come i «ragazzi con gli occhiali» stiano cambiando il mondo. Un tempo emarginati, oggi i secchioni sono i nuovi eroi popolari

Cowboy, pionieri, gangster, cheerleader e giocatori di pallacanestro. Sono gli eroi nella cultura popolare americana. Gente che dà il meglio di sé nell’impeto dell’espressione fisica. Ma guardando dietro il cartonato su cui è impressa la facciata di queste figure si scopre che spesso sono frutto della fantasia di individui che rappresentano il loro opposto, pur essendo comunque personaggi fondamentali della cultura pop: i nerd.

Banalmente accomunati sotto il termine «secchioni», sono i ragazzi con gli occhiali dall’apparenza indistruttibile «che stanno cambiando il mondo», come recita il sottotitolo del libro di Benjamin Nugent, Storia naturale del nerd, edito nella collana dei Gialli di Isbn. «Questo è un argomento di solito trattato con leggerezza. Il mio invece sarà un approccio molto serio, da vero nerd», chiarisce subito l’autore che, come si capisce dalla mole del libro, parla di un argomento che conosce bene, considerandosi un nerd rinnegato. Un ex nerd.

Questo curioso volume non vuole essere «né una difesa del nerd né una sua esaltazione», ma si propone di analizzare il significato della figura, stabilirne le origini e mostrarne le dinamiche in uno studio che passa da riferimenti letterari – per Nugent in Orgoglio e pregiudizio «appare evidente la nerditudine» di Mary Bennet – a possibili collegamenti razziali, con la conclusione che gli ebrei sono proto-nerd perché storicamente si sono concentrati su attività non fisiche e che gli asiatici sarebbero predisposti a essere nerd per il loro approccio alla tecnologia.

Ma prima di avventurarsi nell’analisi, bisogna accordarsi sul significato del termine. «L’essenza del concetto di nerd non sta nell’intellettualismo o nell’inettitudine sociale», ma «esistono due macrocategorie di nerd». La prima è rappresentata da chi ha qualità più intuitive che logiche. La seconda da individui definiti nerd perché socialmente ai margini, chiamati così dai compagni di scuola «in cerca di zimbelli da far sentire esclusi». Per riconoscere gli originali ci sono delle caratteristiche: solitudine, natura ripetitiva e meccanica, scarso uso del corpo, risata infantile, tendenza a prendersi molto sul serio. Poi «basta guardarli due secondi per capire che preferiscono la fisica astratta, i dibattiti scolastici o i videogiochi allo skateboard, alle feste e al calcio». Uomini (molti) e donne (poche) fissati con le regole e con un debolissimo senso atletico che esistono almeno da quando esistono i romanzi, azzarda Nugent citando illustri esempi letterari che, oltre alla Austen, comprendono Casa Howard (1910) in cui Tibby, mentre ascolta Beethoven, più che farsi trasportare dalla melodia «si concentra in maniera ossessiva sulla meccanica della composizione». Come lui Gussie Fink-Nottle, personaggio di P.G. Wodehouse, che nei rapporti «anela a un tipo di interazione computerizzata». L’esempio più fulgido è Victor Frankenstein, vero proto-nerd che dopo essersi concentrato per anni sulla realizzazione della sua creatura, assemblando pezzo su pezzo, quando finalmente prende vita fugge terrorizzato: «Il fallimento di Victor è sul piano dell’empatia, consiste nel non riuscire a rapportarsi con l’altro a livello emotivo».

La tesi è che la figura del nerd sia stata tratteggiata da «romantici come Mary Shelley che guardavano con sospetto a esperti di cose tecniche in quanto apparentemente distanti dalla vita familiare». Ma la modernità è dalla parte dei nerd. Di gente come Steve Jobs, Bill Gates e Mark Zuckerberg. E la loro sofferenza (intesi come categoria), nascerebbe dalla dicotomia generalmente accettata tra ragione e emozione, «nel sentire che, essendo a proprio agio con il pensiero razionale, sono esclusi dall’esperienza della spontaneità, dalle relazioni sentimentali, dai legami non razionali con gli altri».

Ma gli ultimi anni hanno segnato una rivincita, trasformando la rappresentazione dell’emarginazione in un modello da seguire. L’estetica nerd vanta ora un esercito di hipster: gente travestita da nerd per manifestare apprezzamento verso il presunto «rifiuto delle forze che dettano legge», come la moda. I nerd non sanno cavalcare tendenze e diventano outsider da imitare. Così si spiega l’invasione di occhialoni, cardigan e pantaloni stretti che ha travolto la moda e lo spettacolo, regalandoci le immagini (tra gli altri) di Demi Moore, Scarlett Johansson, Justin Timberlake, Britney Spears, David Beckham in divisa da nerd.

Pur attraversando tematiche anche lievi, il libro si avvicina alla conclusione indagando lo spettro dell’autismo. Secondo l’autore ci sarebbero molte caratteristiche comuni tra i portatori della sindrome di Asperger e gli appassionati di regole, fantascienza e videogiochi: «Il quantum distingue un Asperger da un nerd neurologicamente normale. L’inettitudine sociale è causata dalla difficoltà nel leggere quel tipo di comunicazione umana che anche le macchine faticano a interpretare». Ma pur con questa diversità emotiva, Nugent ricorda che i nerd sono uguali a tutti gli altri in almeno una caratteristica: nel bisogno di sentirsi accettati.

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