Autismo Rimini: autistica picchiata nella casa famiglia, presa a schiaffi per la pipi’ addosso

Rimini, Sabato 20 Aprile 2013 . Autistica picchiata nella casa famiglia. Marito e moglie indagati per lesioni e maltrattamento aggravato in concorso. Il caso scoperto dalla sorella della vittima, in un alloggio della Papa Giovanni XXIII. La donna presa a schiaffi per la pipi’ addosso. Il sospetto diventato certezza con due referti del pronto soccorso dell’ospedale di Rimini. E con l’ammissione, trascritta nella denuncia di un operatore: “Una volta, dopo che si era fatta la pipi’ addosso, è stata presa a schiaffi”. Marito e moglie, 57 anni lui e 53 anni lei, responsabili di una casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII del riminese, sono stati iscritti nel registro degli indagati della procura della Repubblica con le accuse di lesioni e maltrattamento aggravato in concorso. Maltrattamenti di cui sarebbe stata vittima una donna di 55 anni affetta da autismo fin dalla nascita e ospite della struttura ( che assiste diversi altri pazienti affetti da patologie gravi come la sua ) dal 2011. L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Davide Ercolani, è stata condotta a tempo di record dalla squadra mobile della Questura di Rimini ed è stata chiusa tre settimane fa, quando l’ospite è stata spostata dalla polizia in un’altra struttura protetta. A chiedere aiuto agli investigatori di corso Augusto, è stata la sorella che, in occasione di alcune visite settimanali, ha notato segni sempre piu’ evidenti sul corpo della congiunta. Ha cosi’ chiesto lumi, ricevendo risposte poco esaustive dai responsabili come anche dagli operatori. Questo l’ha spinta quindi a farsi accompagnare per un ” sopralluogo ” anche dal medico di famiglia. Supporto di cui non ha avuto bisogno nelle due occasioni che l’hanno vista costretta ad accompagnare la sorella al pronto soccorso. E due sono i referti degli Infermi allegati al fascicolo d’indagine. Nel primo i medici hanno accertato ematomi sotto le due ascelle e all’osso occipitale. Nel secondo ” un edema palpebrale allo zigomo destro . Lesioni che la presunta vittima, in qualche modo ha spiegato le sarebbero state procurate a bastonate. “Abbiamo piena fiducia nel lavoro della magistratura – commenta Paolo Ramonda presidente della Papa Giovanni XXIII – . I due indagati sono sposati, vivono con noi da una ventina d’anni “. La Papa Giovanni ha dato piena collaborazione alla Squadra mobile . ” Siamo rimasti sorpresi da queste accuse – conclude Ramonda- anmche noi andremo fino in fondo per verificare eventuali responsabilità. Nella struttura che ospita solo adulti, c’e’ anche controllo del servizio pubblico. Non vogliamo condannare nessuno prima che le indagini facciano il loro corso “.
Fonte: Romagna Corriere di Rimini e San Marino, 20/04/2013

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Autismo vergogna Italia: Rimini, violenze a disabile autistica denunciati responsabili di una casa famiglia

bastonate autistica riminiRimini, 19 aprile 2013 . Lesioni e maltrattamento aggravato, denunciati i responsabili di una “casa famiglia” del circuito della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini. Vittima delle violenze una 55enne affetta da autismo. L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Davide Ercolani, affidata alla squadra mobile della Questura di Rimini, si è conclusa tre settimane fa, quando la cinquantenne è stata spostata dalla polizia in un’altra struttura protetta. Le presunte violenze sulla donna autistica sarebbero state scoperte dalla sorella in occasione delle visite settimanali. La donna, autistica fin dalla nascita, era stata trovata almeno in due occasioni ricoperta di lividi, sulle spalle, ad una gamba, alla fronte e con un occhio nero, tanto che la sorella l’aveva dovuta portare in Pronto soccorso. Nella denuncia la famiglia della 55enne non autosufficiente avrebbe fatto riferimento all’uso di un bastone. Le violenze che sarebbero state certificate anche da referti medici si sarebbero consumate dal 2012 al marzo 2013, cessate appunto con la denuncia dei familiari. Iscritti nel registro degli indagati una riminese di 53 anni e un riminese di 57, gestori della casa famiglia che ospita diverse persone con varie problematiche.

Fonte: Altarimini.it

Autismo Italia: Picchiano ragazzino autistico a scuola, arrestate insegnante di sostegno e collaboratrice

bambino autistico picchiato insegnante08/04/2013 Vicenza. Picchiano disabile a scuola: arrestate maestra di sostegno e collaboratrice. Sorprese dai carabinieri mentre percuotevano il minorenne I genitori avevano notato lividi e ferite sul corpo del figlio. Arrestate il flagranza di reato, mentre percuotevano un alunno della scuola dove lavoravano, una media di Barbarano Vicentino. E la vittima della violenza era il più indifeso fra gli studenti: un bambino disabile. In manette sono finite un’insegnante di sostegno e un’operatrice di una cooperativa sociale di Vicenza, di 54 e 59 anni, l’accusa è di maltrattamenti.

Avevano difficoltà a gestire il ragazzino. Sulla vicenda i carabinieri mantengono uno stretto riserbo. Si è comunque appreso, in ambienti vicini agli inquirenti, che l’insegnante e la collaboratrice sanitaria avrebbero avuto difficoltà a gestire, in un’aula di una scuola media del Vicentino, l’insegnamento dedicato esclusivamente al ragazzo.

La vittima è un 14enne affetto da una forma di autismo. La preside dell’istituto – contattata dall’Ansa – si è detta «profondamente stupita» dall’esecuzione del provvedimento cautelare, aggiungendo che solo stamane, all’arrivo degli investigatori a scuola, ha appreso della vicenda. «Il ragazzo è sempre stato tranquillo – ha sostenuto – si rapportava in modo sereno con queste persone. Credo che se ci fossero stati dei problemi, addirittura così gravi, avrebbe manifestato disagio verso l’insegnante e l’operatrice. Ma anche dalla famiglia non ci è mai giunta nessuna segnalazione, nulla». La dirigente scolastica ha detto di non sapere cosa venga contestato esattamente alle due donne arrestate. «I carabinieri – ha riferito – mi hanno detto che solo quando sarà il momento opportuno saprò tutto».

Lo studente 14enne frequenta la classe terza. È seguito anche da un’altra insegnante di sostegno, oltre a quella indagata; la co-presenza dell’operatrice della coop sociale, indicata dall’Usl, permette invece di accudire il ragazzo in tutte le sue necessità. L’arco orario in cui è seguito a scuola va dalle 8 alle 12, dal lunedì al venerdì. L’insegnante di sostegno finita in manette segue nella stessa scuola altri 4-5 ragazzi con disabilità.

Fonte: Ilgazzettino.it

Autismo Italia: Bambina di sei anni respinta e discriminata perchè autistica

bambina autistica discriminata respintaMacerata, 7 febbraio 2013 – “Respinta e discriminata perché autistica“. La protagonista di questa storia è una bambina di sei anni. La chiameremo Paola, ma è un nome di fantasia che usiamo per tutelare lei e la sua famiglia. Capelli castani e occhioni marroni, vive in un paese dell’entroterra Maceratese. Come a tutti i bambini della sua età, le piace giocare. Ma quella che per i suoi coetanei è una propensione naturale, per Paola è stata una faticosa conquista. Già perché questa bellissima bambina non parla, riesce a comunicare soltanto con delle immagini. E fino a poco tempo fa, degli altri bambini neanche si accorgeva. “Era come se non esistessero — racconta la mamma —. Gli andava a sbattere contro”.

Paola è una bambina autistica. La cruda diagnosi dei medici che la hanno in cura a Fano è “disturbo autistico con ritardo intellettivo, con importante compromissione dell’interazione sociale, del linguaggio sia nel versante espressivo che in quello ricettivo e del gioco simbolico”. Questa sindrome non è però l’unico problema della piccola Paola e della sua famiglia: un muro forse ancor più difficile da scavalcare è quello dell’ignoranza e della chiusura di alcune persone. Che forse inconsapevolmente o forse per meschinità, isolano la bambina, la trattano come fosse un’appestata.

Tanto che la mamma, ferita da tanta durezza, è stata costretta a rivolgersi ai carabinieri del paese. “La sindrome autistica — racconta la mamma di Paola — è caratterizzata da comportamenti ossessivi. Ci sono bimbi che fissano il cielo, altri che sbattono la testa contro il muro. Mia figlia, invece, adora le foglie: le stacca dai rami, le raccoglie, le butta a terra”. Questa innocua ossessione è bastata alla piccola per guadagnarsi l’ostilità di alcuni vicini.

“Una donna — rivela la mamma — è arrivata a urlare contro la bimba e a minacciarla con una scopa, soltanto perché le aveva staccato le foglie da un geranio“. Un’altra vicina, invece, avrebbe intimato alla madre di non far giocare Paola sotto casa sua, assieme agli altri bambini. “Prima — riferisce — mia figlia gli altri bambin non li vedeva, erano come fantasmi. Mi sembrava un sogno: finalmente li guardava, li prendeva per mano, gli sorrideva. Andavano a giocare sotto le scale di una vicina che quando si è accorta di Paola mi ha chiesto di non portarla più a casa sua. ‘Questa è proprietà privata’, mi ha detto. Così mentre gli altri bambini potevano giocare sotto quella casa, mia figlia non poteva neanche avvicinarsi. Non riesco a capire questa ostilità e cattiveria verso una bambina che non ha nemmeno le parole per difendersi”.

Episodi spiacevoli si sono ripetuti a lungo. Fin quando la mamma di Paola non ha deciso di rivolgersi ai carabinieri. “Non potevo accettare quella situazione. C’è una legge, la 67 del 2006, che tutela i disabili dalle discriminazioni e punisce chi crea un clima di intimidazione, umiliazione e ostilità”. La palla passa quindi ai carabinieri: non c’è una denuncia formale, ma la lettera di una mamma ferita che chiede aiuto. Parte una relazione alla Procura che a sua volta interessa il tribunale dei minori. I militari, intanto, chiamano a raccolta i vicini di casa di Paola e li riportano alla ragione. “In paese le risatine non sono finite — sospira la mamma — ma ora spero che mia figlia sia libera di giocare con gli altri bambini”.

Fonte: Il Resto del Carlino

Autismo Italia: La mia vita con un figlio autistico, ” Il comune nega l’assistenza “

autistico comune nega assistenza 1Quando lo guardo di spalle nel suo  andare dinoccolato e il suo procedere caratteristicamente altalenante, il suo  passo sicuro e al contempo stralunato, sarei capace di riconoscere mio figlio  anche fra mille. Vi hanno mai parlato di ‘Autismo’? La domanda si appalesò dopo  un pomeriggio trascorso al Policlinico in una lunghissima seduta. “Disturbo generalizzato dello  sviluppo, della relazione e della comunicazione: Sindrome Autistica” la  diagnosi scritta su un foglio di carta intestata della Cattedra di Neuropsichiatria  Infantile dell’ Università di Napoli. Non ce ne rendevamo conto: la nostra vita era  già cambiata. Ce ne siamo dovuti rendere conto forzatamente, in quel momento  non sapevamo cosa ci aspettava, ma ce ne potemmo accertare immediatamente  iniziando la trafila burocratica per avere il riconoscimento di persona  portatrice di handicap. Quella parola cominciava a fare capolino all’interno  del mio vocabolario e non ne sarebbe più uscita.  La prima visita all’ASL di competenza a Napoli mi fece confrontare con  un neurologo (non neuropsichiatra ma neurologo) che ammise candidamente di non  conoscere la patologia ma al contempo mi concesse una terapia riabilitativa a  base di Psicomotricità e Logopedia (che solo dopo ho scoperto essere prassi sì  ma del tutto inutili). Il bello, si fa per dire, arrivò al momento della visita  (un’altra) per la concessione del riconoscimento ai sensi della L.104/96,  quando una commissione di soloni dell’ASL NA 1 squadrandoci da capo a piedi e  di fronte a mio figlio che girava all’impazzata nella stanza in preda ad  un’ansia che moltiplicava la sua iperattività, ci elargiva quel marchio  che mai avrei voluto: “Minore incapace a svolgere gli atti della vita  quotidiana”. Con quel marchio mio figlio è  arrivato a scuola dove, mentre i compagni ad ogni livello lo hanno sempre  accolto e finanche protetto anche quando i suoi atteggiamenti strambi erano  molti più di quelli che sono oggi dopo quindici anni di terapia, mi sono dovuto  confrontare con l’assoluta mancanza di cognizione di causa degli insegnanti e  pregare – io ateo convinto – ogni anno d’incontrare una persona (una maestra,  un professore) di buona volontà perché nessuna scuola ha in suo carico profili  professionali formati per trattare bambini autistici e a molti non importa  proprio. Il problema più grosso era che mio figlio non era autonomo per le  funzioni fisiche primarie e il problema ancora più grosso era che a provvedere  a inviare gli assistenti materiali a scuola deve essere il comune e ogni anno è  sempre stata una lotta immane, prima i volontari, poi le cooperative, poi  Napoli Sociale fino a quest’anno quando il sindaco ha indetto la gara annuale  per il servizio a metà ottobre, un mese dopo l’inizio della scuola e ancora  adesso il servizio non è attivo. Un soggetto autistico avrebbe bisogno di una  presa in carico totale in cui famiglia, servizio sanitario, scuola e ogni altro  soggetto interessato dovrebbe interagire con l’altro per il suo miglioramento  ma tutto ciò a Napoli, ma non solo qui in verità, non è possibile. Fin da subito  ho dovuto capire che mio figlio aveva bisogno di me e potevo cercare di dargli  qualcosa solo se mi fossi dedicato completamente a lui, ovviamente sia il  lavoro che la vita interpersonale sono diventati per me – ma anche per tanti  altri familiari di persone autistiche- aspetti secondari.  Quotidianamente ci scontriamo con  regole assurde. Mio figlio è sottoposto a visita di revisione ogni due anni  quando è risaputo che l’Autismo è una patologia a vita ma l’INPS non lo sa, con  l’indifferenza delle persone. All’ufficio H del Comune mi recai un giorno per  chiedere il famoso dischetto per il parcheggio. Su questo punto non c’è una  regola, ogni Comune fa come gli pare. L’ impiegato dell’ufficio H cortesemente  e fermamente mi disse e mi fece costatare che l’Autismo non rientra nell’elenco  delle patologie ammesse all’agevolazione; mi disse testualmente: “suo figlio  deambula tranquillamente, non ne ha bisogno”. Certo, mio figlio non gira su una  sedia a rotelle; mio figlio è un ragazzo dai tratti gradevoli (qualcuno dice  bello); ha anche delle capacità canore; ma mio figlio canta dovunque si trovi,  tocca le persone che incontra e specie quelle con gli occhiali, si arrabbia per  un nonnulla. Mio figlio è capace di slanci affettivi (abbracci, baci, strette  di mano) che ti lasciano senza fiato ma è capace anche di ingaggiare una lotta  fisica in cui la sua forza si centuplica rispetto al suo peso. Ha una capacità  innata nel capire chi lo accetta e chi no.  E non è mica finita qui. Ora  compirà diciotto anni e scomparirà come persona, perché in Italia un autistico  esiste solo fin tanto che va a scuola o in riabilitazione, dopo diventa solo un  peso per la società che lo rinvia al mittente familiare.

Gianni  Tortoriello

Fonte: Parallelo41.net

Autismo torture Italia: Autistico legato con cinghie da un mese

Ieri mattina l’assessore alla sanità del Veneto ha avuto una riunione con i dirigenti medici e la famiglia. Il diciottenne autistico ricoverato a Caprino da un mese viene legato al letto con cinghie. La denuncia dei genitori: “C’è un centro adatto a Vicenza ma l’Ulss non vuole pagare”.

Caprino. L’assessore regionale alla sanità ieri mattina li ha convocati tutti. Prima, i genitori di Nicolò assistiti dall’avvocato Tezza. Dopo, gli psichiatri dell’Ulss 22 che hanno in cura il ragazzo a Caprino. Li ha voluti ascoltare «dal vivo» per cercare di «trovare una soluzione che metta fine a questa vergogna». La «vergogna» sono le cinghie con cui Nicolò, diciottenne autistico, da un mese viene legato al letto di notte e in alcuni momenti del giorno. «Non c’è personale specializzato per assisterlo», era stata la denuncia dei familiari, «quindi siamo costretti ad accettare l’umiliazione delle corde, anzi, ci tocca anche firmare una sorta di liberatoria nei confronti della struttura e così diventiamo noi i carnefici di nostro figlio, siamo a noi a condannarlo a questo obbrobrio». Si commuove papà Stefano: «Ma quale genitore vuole vedere un figlio legato al letto mani e piedi? O ammanettato quando esce a passeggaire nel giardino dell’ospedale? La verità è che per Nicolò, per noi, qui, non ci sono alternative: è ormai da un mese che il trattamento avviene attraverso questi strumenti da Inquisizione e con pesanti farmaci e non ci va bene: con le ultime forze che ci restano, siamo pronti a dare battaglia per ottenere la giusta cura per Nicolò, che è l’inserimento in un centro terapeutico-occupazionale. Tutto il resto, l’abbiamo provato in questi 18 anni, non serve: il ricovero qui in psichiatria, se continua ancora, lo riduce ogni giorno di più a un vegetale». Coletto ieri ha convocato le parti, in momenti diversi, per raccogliere informazioni. «Posso solo dire», ha poi commentato l’assessore, «di essere convinto che la cosa si sistemerà al meglio per Nicolò e per la sua famiglia. L’esito dei colloqui è stato positivo, sono fiducioso». Parola, quindi, mantenuta. I fatti, però, ancora non arrivano. Se da un lato infatti c’è l’entusiasmo della «politica» abituata ai tempi lunghi e alle soluzioni da trovare un passo per volta, dall’altra c’è lo sconforto della famiglia che dall’incontro di ieri sperava di uscire già con una «data», quanto meno un nulla osta, per il trasferimento di Nicolò. «Vorremmo che si agisse e basta nel suo interesse», è infatti sbottato il papà, «i giorni passano e lui continua ad essere nella stessa alienante condizione da un mese. E non va bene. C’è solo una cosa da fare: ricoverarlo nel centro di Vicenza individuato dagli specialisti per curare il suo autismo. L’Ulss 22 deve semplicemente dare l’ok e farsi carico della spesa. Tutto il resto, per noi, è prorogare ulteriormente l’agonia che dura da un mese e che, prima dell’estate, è andata avanti per otto: non ne possiamo più. Questa non è vita per nessuno. Siamo stremati ma pronti a tutto per vedere rispettati i nostri diritti».  Intanto, sul dramma della famiglia Panziera, aleggia pure l’ombra del tribunale: il 13 dicembre il giudice tutelare a cui si sono rivolti gli psichiatri dell’Ulss 22 esaminerà il progetto terapeutico per Nicolò. «Sarebbe importante per tutti arrivare ad una soluzione fuori dalle aule di giustizia», ha infatti spiegato l’avvocato Maria Luisa Tezza, «mi auguro che l’assessore, con il suo intervento, riesca ad evitare questa spiacevole tappa. Se non ci riuscisse, andremo giù pesante, spareremo le bombe messe da parte per la battaglia di diritto e di dignità che siamo pronti ad iniziare contro l’Ulss 22». «In effetti», conferma il papà di Nicolò, «siamo esasperati e stamattina avremmo preferito un confronto diretto, davanti all’assessore, per smascherare le responsabilità di chi effettivamente, in tutta questa vicenda, qualche colpa ce l’ha».  L’ultima parola, di nuovo, a Coletto. «Questi genitori hanno tutta la mia comprensione e, se possibile, solidarietà. Quello che vivono è terribile. Ma sono fiducioso: stamattina ho avviato un dialogo positivo con i responsabili dell’Ulss 22 e credo davvero questa triste vicenda possa chiudersi bene, in tempi ragionevoli, nell’interesse di Nicolò. Capisco bene il bisogno della famiglia di avere subito una soluzione ma invito tutti ad attendere gli eventi che, posso garantire, arriveranno in tempi veloci».

Fonte: L’arena.it

Autismo Italia: Padre di un bambino autistico denuncia i medici.

Quanti danni, quanta sofferenza, quanti traumi, quanta ignoranza …le famiglie finiscono dentro un sistema che invece di tutelarle le disintegra.

La vicenda di un piccolo di 10  anni e delle sue sorelline che adesso vivono in una comunità “senza assistenza dell’Asl”.

Roberto (il nome è di fantasia) è un bambino novarese di 10 anni che è ospitato in una comunità del Biellese da un paio d’anni.

Fin dalla prima infanzia sono emersi i suoi problemi d’autismo, per cui il bimbo era seguito da uno specialista e veniva assistito a domicilio. All’improvviso, nel 2010, l’interruzione della terapia. La separazione dei genitori e l’affidamento a una comunità protetta danno inizio a un periodo travagliato per lui e le due sorelline di 7 e 4 anni.

«No, non è autismo», sostiene la mamma assieme agli operatori della comunità ma «disturbo dell’attaccamento». Poi la Neuropsichiatria infantile cambia il quadro: «Disturbo post traumatico causato da maltrattamenti». Di conseguenza vengono sospese le visite con il padre, ritenuto responsabile. Poi gli scenari mutano nuovamente.

Due recenti consulenze tecniche, una del Tribunale dei Minori e una del Tribunale civile di Novara, sgombrano il campo dai dubbi: è autismo. Peccato che per due anni il bimbo non ha seguito alcuna terapia. Insomma, una storia di disagio, sofferenza, ma anche di ordinaria e complicata burocrazia, quella che vede protagonista Roberto e le sue sorelline. Tre bambini residenti in un piccolo centro di provincia in una famiglia seguita dai servizi sociali.

Due anni fa il dramma: i bimbi vengono trasferiti in una comunità del Biellese: «Violenza assistita», sostengono i servizi sociali. Poi arriva la denuncia choc della madre: «Mio marito mi picchia». Gli atti vengono trasmessi alla Procura della Repubblica di Novara, che indaga il padre, operaio, per maltrattamenti; sospesi gli incontri coi figli, affidati alla donna. Ma a distanza di due anni il marito non ci sta: non entra nel merito dei fatti per cui è indagato, ma ritiene che questi non debbano influire sul futuro dei figli e sulle cure mediche del piccolo Roberto.

Per questi motivi, assistito dall’avvocato Barbara Cocco, ha presentato denuncia per abuso d’ufficio, falso e omissione d’atti d’ufficio nei confronti di alcuni medici della Neuropsichiatria infantile di Novara e una analoga per omissione anche nei confronti dei medici di Biella e dei responsabili della comunità cui erano affidati i figli: «L’ho fatto perché due perizie, del Tribunale dei minori e del Tribunale di Novara che segue la separazione, escludono traumi. Dicono che Roberto è sempre stato autistico e che la madre non è in grado di seguire i figli perché affetta da un disturbo istrionico. I bambini devono andare quindi in affido e noi seguire un percorso di recupero della genitorialità».

Ma per due anni i tre bambini sono stati spostati in due comunità diverse (nella prima Roberto non riusciva ad ambientarsi), privati delle visite del padre (ora nuovamente concesse): «Non sono stati “presi in carico” da nessuno – sottolinea l’avvocato Barbara Cocco -: la sanità novarese ’’scaricava’’ l’onere a quella biellese, quest’ultima rimandava il compito a Novara».

Fonte: La stampa