Ricerca: Autismo, definita meglio l’origine

Foto Inserm relativa alla ricerca su un diuretico del 2012
Foto Inserm relativa alla ricerca su un diuretico del 2012

6 febbraio 2014 – L’origine precoce, anche prenatale, dell’autismo è ampiamente sospettata già da qualche anno dalla comunità medica. I lavori dei ricercatori francesi dell’Istituto di neurobiologia del Mediterraneo lo confermano.

Il Dr. Yehezkel Ben-Ari e i suoi colleghi hanno dimostrato che i tassi di cloro nei neuroni dei topi modelli murino ( sorci geneticamente modificati)  sono alti e rimangono tali anche dopo la nascita. Hanno anche dimostrato, sempre nei topi, che  somministrare un diuretico  ( che riduce i tassi di cloro nei neuroni ) alla mamma prima della nascita, corregge i deficit della prole.

Questi risultati confermano in qualche modo, il successo del trattamento diuretico testato nei bambini autistici nel 2012 ( link alla ricerca in francese) , di cui la dimostrazione delle basi biologiche mancava per stabilire il meccanismo proposto e giustificare il trattamento.

Inoltre, questi lavori dimostrano che l’ossitocina, l’ormone del parto, contribuisce  normalmente ad abbassare i tassi di cloro che durante la nascita controllano lo sviluppo della sindrome autistica.

I dettagli di questo studio sono stati pubblicati nella rivista Science.

” I tassi di cloro durante il parto sono determinanti nello sviluppo della sindrome autistica ”  Dr.  Yehezkel Ben-Ari

I punti principali della ricerca

•Nell’embrione, i neuroni hanno dei tassi elevati di cloro. Pertanto, un messaggero chimico del cervello eccita i neuroni col fine di facilitare la costruzione del cervello. Un calo principale dei tassi di cloro che prosegue, permette di regolare l’attività del cervello adolescente e adulto. • Precedenti studi hanno dimostrato che molte malattie cerebrali, come l’epilessia infantile, sono associate a livelli di cloro molto elevati.

Secondo il gruppo di ricercatori, il trattamento diuretico prenatale ripristina la normale attività del cervello e corregge il comportamento autistico negli animali quando diventano adulti. E anche, le azioni naturali dell’ossitocina come quelle del diuretico controllerebbero la patogenesi dell’autismo attraverso i tassi di cloro.

” Questi dati confermano la nostra strategia terapeutica e suggeriscono che l’ossitocina agisce sui tassi di cloro durante la nascita modula/controlla l’espressione della sindrome autistica .” – Yehezkel Ben-Ari

L’insieme di queste osservazioni lascia pensare che un trattamento precoce è indispensabile per prevenire l’apparizione di questo disturbo pervasivo del comportamento.

Tradotto e riadattato da Mondo Aspie, Fonte: ici-radio-canada.ca

Autismo ricerca: I bambini autistici superano gli altri nelle prove di matematica

autismo abilità matematicheSecondo uno studio pubblicato il 17 agosto 2013 sulla rivista Biological Psychiatry, i bambini con autismo
hanno superato gli altri in una prova di matematica.
I bambini autistici con un quoziente intellettivo nella media ottengono risultati migliori nelle prove di matematica rispetto ai bambini normodotati con lo stesso QI, secondo una piccola ricerca. La superiorità delle abilità matematiche dei bambini autistici è stata associata ai modelli di attivazione di una zona particolare del cervello, una zona che normalmente è collegata al riconoscimento dei volti e degli oggetti visuali.
” Sembra esserci un unico modello di organizzazione cerebrale che enfatizza la superiorità delle abilità nel risolvere i problemi nei bambini autistici “, commenta uno dei principali autori dello studio, Vinod Menon, professore di psichiatria e scienze comportamentali all’Università di Stanford.
Lo studio ha coinvolto 18 bambini autistici, di un età compresa dai 7 ai 12 anni, e un gruppo di 18 bambini non autistici. Tutti i partecipanti hanno dimostrato capacità verbali e di lettura normali nei test standard, ma i bambini autistici hanno superato con migliori performance i bambini non autistici nei test di matematica.
I ricercatori hanno misurato l’attività cerebrale dei bambini tramite risonanza magnetica mentre eseguivano i problemi matematici. Le scansioni del cervello dei bambini autistici hanno rilevato un’attività insolita nella corteccia occipito-temporale ventrale, una zona del cervello specializzata nell’elaborazione dei volti e degli oggetti visuali.
“Le ricerche precedenti si concentravano esclusivamente sui punti deboli dei bambini autistici”, dichiara
Vinod Menon, ” il nostro studio invece supporta l’idea che lo sviluppo atipico del cervello degli autistici non comporta solo deficit, ma anche alcuni punti forza cognitivi molto importanti”.
I genitori possono tranquillizzarsi e concentrarsi sui punti forza dei loro bambini.
Menon, afferma che i bambini autistici spesso hanno talenti o abilità eccezionali. Ad esempio, possono ricordare immediatamente un giorno della settimana per ogni data segnata sul calendario anche a intervalli di anni, altri hanno sorprendenti abilità matematiche.
“Ricordare le date su un calendario è qualcosa che probabilmente non li aiuterà ad avere un successo professionale “. ” Ma la capacità di risolvere problemi numerici e di sviluppare buone competenze matematiche puo’ fare la differenza nella vita di un bambino autistico “.
In America, secondo il centro di controllo e prevenzione delle infermità, 1 bambino su 88 rientra nei disturbi dello spettro autistico.

Tradotto e riadattato da Mondo Aspie,fonte: Healtfinder.gov
Fonte: Stanford University, news release, 16 agosto 2013
Link della ricerca: Brain Organization Underlying Superior Mathematical Abilities in Children with Autism

L.Mottron: L’autismo visto come una superiorità percettiva e non come un deficit sociale

mottron autismoIl cervello degli autistici è bello e ben distinto.

Gli autistici vengono al mondo con una sensibilità percettiva eccezionale che li proietta tra gli essere umani piu’ adatti ad entrare in strutture o schemi percettivi. Un abilità che possono acquisire i non-autistici solo dopo lunghi allenamenti…questo non va chiaramente al di là di cio’ che un non-autistico super allenato puo’ compiere.

Tutti i genitori hanno dato al proprio bambino un giocattolo dove bisogna fare entrare un oggetto di forma geometrica nel buco corrispondente. Laurent Mottron, direttore del programma autismo dell’Ospedale Rivière-des-Prairies (Montreal) ha presentato la settimana scorsa degli studi  e i risultati dei suoi lavori alla stampa internazionale, tra questi c’e’ anche la ricerca su un bambino autistico a cui ha presentato un gioco che conteneva 50 oggetti  e altrettanti buchi.

Al termine della reinterpretazione di piu’ di 26 studi, tra cui uno condotto dalla stessa equipe del Centro di eccellenza in disturbi dello sviluppo dell’Università di Montreal, i ricercatori hanno localizzato una zona del cervello che sembra orchestrare questa ipersensibilità. ” Le regioni temporali e occipitali del cervello degli autistici si attivano di piu’ rispetto ai soggetti non autistici quando viene chiesto loro di guardare delle forme, sia che si tratti di volti, oggetti o parole. Queste regioni sono tradizionalmente associate alla percezione e al riconoscimento degli oggetti “, indica Fabienne Samson prima autrice dello studio.

“Disponiamo di una dichiarazione solida sul funzionamento del cervello degli autistici che ci permette di investigare sulla percezione, l’apprendimento, la memoria e il ragionamento di queste persone”, aggiunge L. Mottron che si interessa di autismo da piu’ di 25 anni.

In un’intervista, il professore di origine francese spiega di avere la convinzione che coloro che noi chiamiamo autistici savant abbiano un senso innato per il riconoscimento delle forme e forse anche per certi suoni, soggetto alla base degli studi di Fabienne Samson. Questo fenomeno suggerisce che gli autistici trattano l’informazione visiva in maniera diversa rispetto alle persone non autistiche. Attraverso i dati raccolti su 357 autistici e altrettanti non autistici tra il 1995 e il 2009, i ricercatori hanno constatato che le persone autistiche utilizzano piu’ a lungo le regioni del cervello collegate alla percezione visiva rispetto ai non autistici. A suo avviso ” l’autismo potrebbe essere descritto come una superiorità percettiva piuttosto che un deficit sociale”.

Per i gruppi di ricerca di tutto il mondo che si concentrano su questo fenomeno eccezionale, la scoperta pubblicata sulla rivista che si occupa di neuroimaging “Human Brain Mapping potrebbe costituire un punto di svolta. ” Molte cose sull’autismo sono vere, ma solo per alcuni gruppi di persone. Per esempio, all’autismo è collegato un aumento del volume della testa , ma questo riguarda solo il 30% dei casi, dice L Mottron. Altre strade sono al vaglio dei ricercatori, ma si dimostrano inaffidabili in quanto testate su grandi popolazioni. Anche la spiegazione genetica e molto piu’ complessa di quanto possiamo immaginare. Ci sono una moltitudine di geni coinvolti.”

La meta-analisi ha incluso una sintesi delle ricerche attualmente accessibili in neuroimmagine relative alle attività che coinvolgono stimoli visivi. Sono stati selezionatie analizzati  tutti gli studi con materiali visivi, poco importante era il compito richiesto ai partecipanti (ragionamento, lettura, discriminazione delle espressioni facciali).

Si tratta, secondo Fabienne Samson di un approccio molto piu’ esigente rispetto ad una semplice revisione della letteratura dal momento che avevamo a disposizione dati provenienti da tutto il mondo di qualità soddisfacente che riguardavano un’informazione visiva.

I compiti assegnati in laboratorio agli autistici erano trattati in maniera differente sul piano cerebrale ma con un successo equivalente , o a volte superiore rispetto ai non autistici. Anche, nel test di ragionamento di Raven, dove il soggetto deve completare una matrice di moduli collegati da regole logiche, piu’ i compiti erano difficili e piu’ la rapidità e l’efficienza delle persone con autismo si distinguevano da quelle dei non autistici.

Mentre i soggetti non autistici devono prima inserire l’immagine nella parte del cervello consacrata alla visione per poi collegarla alla corteccia prefrontale, specializzata nel pensiero pianificato ed esplicito, gli individui autistici possono fare una gran parte del lavoro in questa zona cerebrale votata alla visione e alla percezione.

Secondo la neuropsichiatra Isabelle Soulières dell’ospedale  Rivière-des-Prairies, che ha partecipato alla ricerca, una conoscenza piu’ approfondita dell’autismo permetterà agli specialisti della riabilitazione di definire meglio gli interventi. ” Credo che si possano offrire agli autistici migliori metodi d’ insegnamento per sviluppare il loro potenziale.  Per lei, gli autistici hanno un’intelligenza differente rispetto al resto della popolazione”.

Tra gli autori dell’articolo intitolato “Enhanced visual fonctioning in autism: An ALE meta-analysis”,  c’e’ anche il contributo di Thomas Zeffiro, del gruppo di ricerca Neural Systems Group del Massachussets General Hospital affiliato all’Università di Harvard.

Tradotto  e riadattato da Mondo Aspie, Fonte Techno-science.net

Ricerca: La mutazione di un solo gene puo’ bloccare lo sviluppo del bambino

syngap1 mutazione sviluppo bambinoSecondo una ricerca pubblicata sul Journal of Neuroscience, la mutazione del gene SYNGAP1 potrebbe bloccare lo sviluppo del bambino. Lo studio dello Scripps Research Institute mostra che la mutazione di un gene unico durante la fase dello sviluppo infantile puo’ causare per tutta la vita disturbi del comportamento e cognitivi, e descrive come la perdita di una sola copia di un gene puo’ perturbare un meccanismo vitale, responsabile delle ” finestre di plasticità ” in cui si sviluppano le connessioni neuronali.
Lo studio condotto dal professore Gavin Rumbaugh sui topi, mostra come la perdita di una sola copia di un gene vitale puo’ provocare lo sviluppo prematuro di alcune sinapsi nelle prime settimane di vita. Questa maturazione accellerata rompe l’equilibrio necessario durante il periodo critico dello sviluppo cerebrale precoce, l’equilibrio tra l'”eccitabilità” delle cellule cerebrali nell’ippocampo, una regione del cervello essenziale per la memoria e la loro inibizione. Questo squilibrio puo’ portare a problemi di tipo cognitivo e comportamentale per tutta la vita.
Questa interruzione di un solo gene (regolatore delle sinapsi), SINGAP1, noto perché causa nell’uomo una forma devastante di deficit intellettuale e aumenta il rischio di autismo, indurrà la perturbazione dello sviluppo del cervello e degraderà i periodi critici della plasticità, vale a dire il miglioramento delle connessioni neuronali. Un meccanismo in gran parte responsabile e indispensabile per lo sviluppo cerebrale e la maturazione della percezione, del linguaggio e delle capacità cognitive.
La maturazione precoce delle sinapsi sembra ridurre la plasticità del cervello negli stadi critici dello sviluppo. Questa maturazione accellerata interviene all’inizio dello sviluppo della corteccia, che corrisponderebbe ai primi due anni di vita del bambino. Prevenire i danni causati dalle mutazioni del gene SYNGAP1 con un intervento prima della mutazione che causa dei danni cerebrali, permetterebbe di evitare i disturbi cognitivi collegati a un deficit della plasticità del cervello.

Fonte: Journal of Neuroscience 19 June 2013 doi: 10.1523/JNEUROSCI.0765-13.2013 SYNGAP1 Links the Maturation Rate of Excitatory Synapses to the Duration of Critical-Period Synaptic Plasticity (Visuels NIH- Synaptic and Developmental Plasticity Interest Group: vignette « Synapse »@ A. Buonanno et visuel K.Pelkey)
Tradotto e riadattato da Mondoaspie, fonte Blog.santelog.com

Neuroscienze ricerca: Una scoperta senza precedenti conferma la grande plasticità del cervello umano

plasticità cervello ricerca05/04/2013. Neuroscienziati polacchi e francesi hanno dimostrato che la specializzazione del cervello in centri funzionali non è necessariamente una caratteristica innata ma si puo’ ottenere grazie all’apprendimento. Le ricerche, basate sulla capacità del cervello di leggere, sono state pubblicate il 5 febbraio scorso nella rivista ” Neurology “, con in primo autore il Dr Marcin Szwed dell’Università Jagellonne a Cracovia e il Dr Carlos Hamame dell’Università d’Aix-Marseille.

Le ricerche cliniche e la neuroimaging tramite risonanza magnetica ci hanno insegnato che il cervello umano è altamente specializzato sia dal punto di vista anatomico che funzionale. Ogni piccola regione della corteccia – il rivestimento esterno del cervello-  è dedicata ad una funzione specifica ( memoria, vista, linguaggio…) è puo’ essere considerata come un micro-cervello specializzato nel trattamento di informazioni particolari. Tuttavia, non sappiamo se questa specializzazione funzionale del cervello è genetica, cioè acquisita durante l’evoluzione della razza umana, oppure si puo’ apprendere attraverso delle esperienze della vita.

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno lavorato su una facoltà cognitiva particolare: l’attitudine alla lettura. Come sottolinea il neurobiologo Stanislas Dehane, ” Il cervello umano non  è programmato per essere capace di leggere, a differenza per esempio della capacità di riconoscere i volti che è il risultato di una lunga evoluzione biologica. La lettura è stata inventata meno di 6000 anni fa, e questo arco di tempo  è troppo corto per creare un’ area cerebrale specifica dedicata alla lettura “.

Una serie di esperimenti condotti su dei pazienti epilettici al CHU ( Centro Ospedaliero Universitario) di Grenoble nel laboratorio du fisiopatologia dell’epilessia, diretto dal Professore Philippe Kahane, hanno mostrato, con grande stupore  degli scienziati, che le cellule nervose di questa zona cerebrale coinvolta nel riconoscimento di oggetti (area di Dejerine) reagiscono con forza e solo quando il paziente vede una parola, o una serie di lettere, ad esclusione di qualsiasi altro tipo d’informazione.

I ricercatori sono stati in grado di dimostrare che la regione cerebrale responsabile del riconoscimento degli oggetti puo’ sviluppare un’attitudine specifica alla lettura grazie all’apprendimento. E sembra anche che, le regioni piu’ specializzate del cervello possano essere il frutto di un apprendimento, e questo mostra fino a che punto la plasticità del cervello è straordinaria e aperta a prospettive interessanti per la rieducazioni dei pazienti che soffrono di lesioni cerebrali dovute all’età o alla malattia.

Articolo originale:  “Dejerine’s reading area revisited with intracranial EEG: Selective response to letter strings”, Carlos M. Hamamé, Marcin Szwed, Michael Sharman, et al., Neurology 2013;80;602, http://www.neurology.org/content/80/6/602.short – ” Un’esperienza sorprendente in una clinica di neurologia”  ( in polacco ), Gazeta Krakow, 6/02/2013, http://redirectix.bulletins-electroniques.com/zQhrZ

Redattori: Vincent GALAND, Ambasciata di Francia in Polonia , con la partecipazione di Marcin SZWED e Carlos HAMAME – MEL : vincent.galand@diplomatie.gouv.fr – TEL : 0048.69.003.70.28. Ritrovate tutte le informazionie e le attività su: http://institutfrancais.pl/sciences-universites/. Per abbonarsi al bollettino elettronico : http://www.bulletins-electroniques.com/emailix/abonnements.htm

Tradotto e riadattato da Mondo Aspie: Fonti,  articolo completo in francese per approfondimenti qui: Bulletins-electroniques.com, rtflash.com

Autismo ricerca: Dei cervelli diversi ma risposte simili alla musica

autismo ricerca cervello musicaEuropean Journal of Neuroscience, 11 aprile 2013 . I cervelli delle persone differenti che ascoltano lo stesso pezzo di musica reagiscono alla stessa maniera ? Secondo lo studio di neuroimaging funzionale della Stanford University, la risposta è si. Queste conclusioni, pubblicate nell’European Journal of Neuroscience contribuiscono non solo a spiegare il ruolo primordiale della musica nella nostra comunicazione e coordinazione sociale ma possono anche fornire piste terapeutiche per i disturbi della comunicazione interpersonale come l’autismo, per esempio.

I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale(  fMRI ) per identificare una rete che collega diverse strutture cerebrali e si attiva in modo identico nei partecipanti all’ascolto di musica classica. Vinod Menon, professore di psichiatria e di scienze comportamentali e autore principale dello studio spiega, che nonostante le nostre esperienze musicali differenti e le nostre preferenze individuali, la musica classica suscita un’attività cerebrale quasi uniforme nelle diverse strutture cerebrali, incluse le aree del controllo motorio, la memoria e l’attenzione. L’idea che soggetti in salute e altri con disturbi del linguaggio e della comunicazione possano rispondere a dei suoni complessi nello stesso modo, getta una luce nuova su questi disturbi della comunicazione.

Il gruppo composto da 17 partecipanti destrimani di un’ età compresa dai 19 ai 27 anni, non aveva mai ascoltato il tipo di musica scelto per l’esperimento, per ascoltare hanno utilizzato delle cuffie, mentre i loro cervelli venivano sottoposti a fMRI per una durata di 9 minuti. Nel corso di questa seduta, i partecipanti hanno anche ascoltato altri due stimoli sonori presi dalla stessa musica, in uno il ritmo era stato cancellato, e nell’altro, la melodia è stata interamente modificata e ogni tonalità trasformata in algoritmo.

L’equipe di ricercatori ha identificato tramite l’fMRI una rete cerebrale partendo dai collegamenti uditivi situati nel mesencefalo fino alla memoria di lavoro e dell’attenzione situata nella corteccia. Se stimolate musicalmente, queste regioni si avviavano per periodi di qualche secondo. Questa attivazione in diverse zone del cervello è comparsa in maniera identica in tutti i partecipanti, tranne quando la musica originale è stata trasformata in stimoli sonori. Lo studio mostra anche che il livello di attivazione di queste zone risponde, preferibilmente alla musica “reale”, “vera”, piuttosto che agli stimoli e questo suggerisce  che la corteccia dirige i collegamenti uditivi tenendo conto dei suoni “naturalmente” musicali. Anche la corteccia frontale parietale, che gestisce le funzioni cognitive come l’attenzione e la memoria di lavoro, si attiva in maniera identica in tutti i partecipanti , ma solo con la “vera” musica. Ogni individuo che ascolta della musica, a, per ogni zona sensibile del cervello, la propria scala di tempo,l come anche, il tempo necessario per dare un senso alla canzone, è specifico per ciascuno. Infine, i ricercatori identificano delle strutture e dei circuiti cerebrali che, nella loro attivazione, seguono l’evoluzione della musica. E suggeriscono che l’attivazione di queste zone con l’ascolto di musica “vera”, piuttosto che stimoli, fa pensare che il nostro cervello risponda naturalmente alla stimolazione musicale e precede i movimenti che possono accompagnare l’ascolto della musica, come battere le mani, ballare, camminare, ballare…E i modelli di attivazione simile negli individui normali partecipano a favorire la coordinazione sociale dei nostri movimenti.

Quali applicazioni ? Gli autori desiderano estendere questi dati in un certo numero di aree di ricerca che riguardano la comunicazione interpersonale, come il linguaggio e la comunicazione sociale nell’autismo. ” I bambini autistici ascoltano nella stessa maniera dei bambini a sviluppo “normale” ? Se no, quali sono le differenze di trattamento dell’informazione ? Quali regioni del cervello sono desincronizzate ? “. L’ascolto  della musica potrebbe cosi’ dare delle risposte sulle differenze di trattamento dell’informazione nelle persone con disturbi della comunicazione.

Fonte: European Journal of Neuroscience 11 APR 2013 DOI: 10.1111/ejn.12173 Inter-subject synchronization of brain responses during natural music listening

Tradotto da Mondo Aspie, fonte Santelog.com

Autismo ricerca: Scoperte nuove differenze strutturali nel cervello di bambini autistici

specificità strutturali cervello autismo15/04/2013. I ricercatori dell’ospedale per bambini di Boston e dell’Università cattolica di Louvain hanno scoperto nuove differenze strutturali nelle connessioni cerebrali di bambini autistici.

Questi studi, che hanno utilizzato dei modelli matematici di analisi di rete, hanno mostrato che i bambini autistici possiedono piu’ connessioni sovrabbondanti tra le aree vicine del cervello e meno connessioni in quelle piu’ lontane.

Come spiega Jurriaan Peters, ricercatore dell’ospedale per bambini di Boston ” Le nostre ricerche hanno potuto dimostrare, che nei bambini autistici, l’organizzazione della connettività globale è differente, e questo ha profonde implicazioni sulla maniera in  cui gli autistici organizzano e trattano l’ informazione “.

In questo studio, gli scienziati hanno analizzato gli elettroencefalogrammi di tre gruppi di bambini: 16 bambini con autismo, 14 bambini con autismo collegato ad una sindrome genetica, la sclerosi tuberosa di Bourneville, e infine 46 bambini che non presentavano alcuna patologia neurocerebrale.

Questo confronto ha permesso di scoprire che nei due gruppi di bambini con autismo, si possono osservare piu’ connessioni tra le regioni vicine al cervello e meno connessioni che collegano le aree piu’ lontane.

Lo studio ha mostrato che i bambini con sclerosi tuberosa hanno una diminuzione globale di connettività, mentre quelli che soffrono solo di autismo presentano un aumento delle connessioni locali e una diminuzione delle connessioni a lunga distanza.

Secondo i ricercatori, la presenza nei bambini autistici di una rete cerebrale configurata principalmente a partire da connessioni a corta distanza, spiegherebbe perchè i bambini, che sono in grado di svolgere un compito particolare in maniera notevole, non sono capaci di effettuare parallelamente diverse azioni trattando simultaneamente delle informazioni provenienti da differenti aree del cervello.

Un esempio lampante di questa carenza risiede nell’impossibilità per un autistico di decifrare un’ emozione su una faccia. ” E’ possibile che un bambino autistico non riesca ad interpretare un sentimento, come la gioia o la collera, guardando un viso, perchè il suo centro cerebrale visivo e il suo centro cerebrale emotivo non posso comunicare a causa della singolarità strutturale del loro cervello ” spiega il professore Peters.

Articolo redatto da Georges Simmonds per RT Flash.

Tradotto da Mondo Aspie, Fonte: rtflash.fr

Ricerca: Che cosa succede nel cervello di un bambino autistico ?

cervello autismo connessioniRicercatori belgi e americani hanno fatto una scoperta importante pubblicata questa settimana nella rivista BMC Medicine. Negli autistici, le zone piu’ lontane del cervello comunicano molto male tra di loro, e questo spiegherebbe le difficoltà delle persone autistiche ad entrare in contatto con gli altri.  
Per usare un’immagine: il cervello di un bambino autistico fabbrica un mucchio di piccole strade per collegare la chiesa, la scuola e le case del villaggio, ma non riesce a costruire un’autostrada che collega le grandi città del paese. Questo è quello che mostrano alcuni encefalogrammi di bambini autistici.
Maxime Taquet ricercatore presso l’UCL (Centro di Referenza per l’autismo in Belgio):

” Nei bambini autistici, c’era una ridondanza e una preponderanza dei collegamenti a corta distanza e quindi nelle connessioni tra le zone adiacenti al cervello a scapito delle connettività a piu’ lunga distanza, che, sono ridotte “.

Alcuni autistici, iper connettendo delle zone vicino al cervello sarebbero capaci di prestazioni cerebrali eccezionali in compiti specifici, come il calcolo o la memorizzazione. Al contrario, la difficoltà nel collegare le aree piu’ lontane, come la zona visuale o la zona delle emozioni, renderebbero la loro vita sociale piu’ difficile.

Quando una persona normale riconosce un volto che esprime la collera, è perchè ha collegato l’informazione e l’ha integrata sia nella zona visiva, per riconoscere il viso e distinguere i tratti della collera, sia nella zona delle emozioni per interpretare questi tratti della collera, e associarli ad un’ emozione. Privati di questo tipo di connessioni, i soggetti autistici  hanno difficoltà a captare le emozioni delle altre persone.

I risultati di questo studio costituiscono una pista per una diagnosi precoce di questa malattia, che in Belgio colpisce migliaia di individui.

Tradotto e riadattato da Mondo Aspie, Fonte rtbf.be 13/03/2013

Autismo talenti: Matt Savage, il prodigio del Jazz

matthew savage sindrome di aspergerMatthew ” Matt ” Savage, nasce il 5 Luglio del 1992. Durante l’infanzia sviluppa un comportamento bizzarro. Fino a quattro anni, la madre non poteva toccarlo senza provocare in lui crisi e urla, Matt non riusciva nemmeno a sopportare la musica e il minimo rumore. La diagnosi del pediatra arriva impietosa: Matthew è autistico e dovrà convivere con gravi disfunzioni del cervello che provocano comportamenti estremi.

A sei anni, Matt impara da solo in una notte a suonare il pianoforte. Prima dei sette anni, sentendogli suonare un complicato pezzo di Schubert, la madre gli fa notare un passaggio sbagliato. Ma Matt, molto deciso, le spiega che non aveva fatto un errore, ma aveva semplicemente modificato quel passaggio, perchè quello da lui armonizzato era più coinvolgente dell’originale di Schubert. In seguito verrà  ccolto nel Conservatorio di Musica di Boston, dove rimarrà per tre anni.

Sempre intorno ai sette anni, Matt scopre il jazz, e negli anni immediatamente successivi diventa un formidabile esecutore, compositore, e leader di un suo trio. Ad otto anni, lo ritroviamo a suonare in jam sessions con personaggi del calibro di Dave Brubeck e Chick Corea che lo considerano un prodigio. A otto anni registra il suo primo album, con la “New England Conservatory Orchestra” di Boston.

matt savage autismo savantDarold Treffert, uno dei piu’ autorevoli ricercatori americani specializzati in autismo ad alto funzionamento si è chiesto da dove arriva la conoscenza musicale di Matt. Il cervello ha forse un circuito integrato musicale ?, oppure è tutto pre-registrato e noi normalmente non ne abbiamo l’accesso ?. Come fa Matt a sapere tutto sulla musica pur non avendola mai studiata ? Domande che forse troveranno risposte continuando le ricerche sull’autismo e i savants.

Qui il sito internet di Matt: Savagerecords.com

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Daniel Tammet e la Sindrome di Asperger

Autismo: mi chiamo James, ho 10 anni e sono un ballerino talentuoso ( Video )

jimmy ballerino autisticoJames Hobley, giovane ballerino di 10 anni, è considerato dai media inglesi  ” Il Billy Elliot, con un piccolo tocco di autismo “. Questo giovane virtuoso delle sale da ballo ha trovato in questa attività un equilibrio che ” gli permette di vivere meglio la sua malattia”.

Sia Alex, il fratello maggiore di James che George suo fratello gemello sono autistici, e di fronte a queste diagnosi, i genitori hanno deciso di stimolarli “nel possibile ” per spingerli a progredire e a migliorare. Quindi Sheila, la mamma di James gli ha proposto di praticare la disco-dance. Per lui è stata la svolta: ” è come se qualcuno mi avesse messo il cervello in ordine: la danza mi ha rimesso la testa a posto “, racconta questo piccolo inglese.

Rapidi miglioramenti straordinari

La passione per la danza ha permesso a James di superare se stesso. Dedicando 2 o 3 ore al giorno di allenamento nella danza classica e in sedute di claque, Jimmy è migliorato rapidamente, e non solo in ambito sportivo. Prima della danza non sapeva ne leggere, ne scrivere. Due anni dopo, è in grado di guardare negli occhi i giurati, di sorridere agli spettatori, e di ricordare passi di danza complessi e realizzarli con grazia. ” La memorizzazione delle sequenze  ha permesso la stimolazione  delle connessioni del cervello ed ha indotto una nuova strutturazione del cervello “, ” la cosa sorprendente nel caso di James, è la velocità con la quale i miglioramenti si sono verificati “, spiega il dottore Morrell.

” Prima della danza non ero niente, la danza mi fa sentire normale “, confida James

Oltre ad un significativo miglioramento della sua disabilità, James partecipa con successo a diverse competizioni. Quest’anno si sta preparando per il “Disco Kids ” a Blackpool. Uno dei piu’ grandi concorsi di danza per bambini che si svolgono in Europa. –  ” Prima della danza, non ero nessuno ” – ” Solo un bambino delle elementari con bisogni particolari ” – ” Un giorno, la mia mamma mi ha fatto provare la danza e mi è piaciuta  subito ! ” –  “Che cosa sento quando ballo ? Mi sento normale ” – ” Che cosa è la normalità ? Essere come gli altri bambini ” –  ” E’ come se la danza avesse riparato il mio cervello “.

Tradotto da Mondo Aspie: 17-01-2013  Fonte, Vivrefm.com

Ricerca: Il cervello di Albert Einstein

Foto del cervello di Albert Einstein di Harvey Cushing

Un nuovo studio delle fotografie del cervello del  grande scienziato conferma la tesi di uno sviluppo non comune di alcune regioni  cerebrali connesse al pensiero astratto.

Dopo la morte, all’età di 76 anni, in un ospedale di Princeton – all’università  di Princeton aveva insegnato e lavorato negli ultimi decenni della sua vita,  dopo aver lasciato la Germania – di Albert Einstein non rimase niente. Il corpo,  sottoposto ad autopsia, fu per sua volontà cremato e resta ignoto il destino  delle sue ceneri. Il cervello venne invece asportato per essere sottoposto a  indagini scientifiche: un’occasione troppo ghiotta per un gruppo di  neuroscienziati americani, che superarono anche le perplessità della famiglia  del grande fisico. Dopo aver effettuato un approfondito “reportage” fotografico  del cervello di Einstein, Harvey Cushing dell’ospedale di Princeton lo inviò poi  ad alcuni suoi colleghi che lo divisero in oltre duecento piccole parti, spedite  a neuroscienziati e neurochirurghi di mezzo mondo per sottoporle ad analisi.  Solo ora le primissime foto di Cushing sono tornate alla luce e, sottoposte a  nuova indagine, hanno portato alla conferma – appena pubblicata dalla rivista Brain – della reale particolarità  del cervello del genio più famoso di tutti i tempi.

Un “genio parietale” – All’epoca, i tempi non erano  maturi per un’approfondita analisi del cervello di Einstein. Gli studi sul  cervello umano erano ancora poco sviluppati, cosicché nonostante le indagini  minuziose compiute da numerosi scienziati non sembrò che la materia grigia di  Einstein possedesse qualcosa di atipico. Fu solo nel 1985, in un articolo su Experimental Neurology, che si cominciò a parlare di una vera  peculiarità del cervello di Einstein: il suo lobo parietale. E solo nel  1999, quando un’analoga conclusione fu raggiunta da una ricerca pubblicata sul  prestigioso The Lancet, la notizia ottenne la dovuta visibilità.  Confrontando il rapporto tra neuroni e cellule gliali del lobo parietale di  Einstein con quello medio, si dimostrò che il fisico possedeva un numero  superiore di cellule gliali rispetto alla norma, portando alla conclusione che  ciò riflettesse un’inusuale incremento della capacità di elaborazione  concettuale. La ricerca del 1999 dimostrò invece una dimensione fuori dal comune  del lobo parietale inferiore: essendo l’area generalmente connessa a funzioni  come l’orientamento spaziale, il pensiero matematico e il movimento, fu  possibile giungere alla conclusione che questa singolarità anatomica del  cervello di Einstein fosse alla base della sua straordinaria capacità di  elaborare concetti astratti, come i suoi ben noti “esperimenti mentali” da cui  emerse la teoria della relatività, e la sua capacità di ragionare non tanto sui  numeri e le equazioni ma attraverso rappresentazioni mentali di tipo  geometrico.

Un nuovo studio sulle foto –Dopo la morte di Harvey, nel  2007, i materiali di interesse scientifico in suo possesso, incluse le prime  foto del cervello integro di Einstein, vennero trasferiti al National Museum of  Health and Medicine dell’esercito USA nel Maryland. Ciò ne ha permesso un nuovo  studio condotto da Dean Falk della Florida State University, che già nel 2009,  sulla scorta di poche foto, aveva confermato le conclusioni sulla peculiarità  del lobo parietale Einstein, insieme al neurologo Frederick Lepore della Robert  Wood Johnson Medical School nel New Jersey e Adrianne Noe, direttore del museo  dove sono state trasferite le foto di Harvey. Lo studio ha confrontato il  cervello di Einstein con quello di altre 85 persone. Il peso,1230 grammi,  risulta nella media, ma alcune regioni cerebrali presentano circonvoluzioni e  pieghe in misura superiore alla norma, mentre la corteccia prefrontale – un’area  collegata alla pianificazione e alla concentrazione – risulta analogamente piu’ grande del comune.

Un cervello incredibilmente complesso – “In tutti i  lobi ci sono regioni che presentano circonvoluzioni eccezionalmente complicate”, spiega Falk sulla rivista Science.  La domanda ora è se la peculiare conformazione del cervello di Einstein abbia  permesso l’emergere delle straordinarie doti dello scienziato, o se l’estremo  impegno nell’elucubrazione su temi ad elevata astrazione come quelli connessi  alla fisica abbiamo stimolato una modifica della struttura cerebrale di  Einstein. Gli esperti vogliono effettuare un confronto con il cervello di altri  importanti fisici per verificare quest’ultima ipotesi. Anche l’enfasi posta dai  genitori di Einstein sullo studio della musica, per la quale essi erano  particolarmente portati, potrebbe aver stimolato lo sviluppo delle aree del  cervello collegate alla creatività, come dimostra il fatto che nel precedente  studio di Falk del 2009 una delle regioni del cervello di Einstein collegate al  talento musicale risultava notevolmente sviluppata.

Fonte: Scienze-Fanpage.it

 

 

Ricerca: La neuroimaging funzionale permette una rilevazione precoce dell’autismo

Un nuovo studio, condotto dalla McGill University in Canada, offre nuovi indizi per la diagnosi precoce di autismo, secondo quanto scoperto dai ricercatori, infatti, è possibile rilevare uno sviluppo cerebrale anomalo già a 6 mesi di età, cioè molto prima che i bambini comincino a manifestare sintomi autistici. Attualmente la diagnosi di autismo viene fatta intorno ai di 2 o 3 anni di età del bambino.

Questa ricerca è stata pubblicata sull’ American Journal of Psychiatry. 

Una diagnosi precoce è fondamentale per i ricercatori, perchè grazie ad un intervento rapido si potrebbero mitigare i problemi di comunicazione, d’interazione sociale e di comportamento degli autistici.

« La nostra equipe internazionale di ricercatori ha rilevato che già dall’età di sei mesi si notano delle differenze di collegamento nel cervello dei bambini che  in seguito diventeranno autistici. La differenza tra i neonati ad alto rischio che in seguito hanno manifestato disturbi dello spettro autistico e gli altri bambini che si sono sviluppati normalmente, sta nell’organizzazione della materia bianca –  fasci di fibre che collegano le regioni del cervello – , spiega Alan Evans, ricercatore e professore all’Istituto e ospedale neurologico dell’Università McGill a Montreal.

I ricercatori hanno seguito 92 neonati dai sei mesi ai due anni di età che avevano tutti una sorella o un fratello autistico, e presentavano dunque un rischio elevato di manifestare l’autismo.

Ogni neonato è stato sottoposto a risonanza magnetica funzionale a sei mesi, e ad una valutazione comportamentale a 24 mesi. La maggior parte di questi bambini è stata sottoposta ad ulteriori esami di neuroimaging a 12 e 24 mesi, o ai due anni di età.

A 24 mesi, il 30% dei neonati osservati nello studio hanno ricevuto la diagnosi di autismo. L’organizzazione della sostanza bianca in 12 casi sui 15 esaminati differiva considerevolmente nei bambini diventati autistici rispetto a quelli che hanno seguito uno sviluppo normale.

Lo studio analizza i cambiamenti dinamici del cervello e del comportamento legati all’età che sono tipici dell’autismo, delle conoscenze che sono essenziali per la creazioni di risorse rivolte ad aiutare i bambini autistici e  le loro famiglie.

Tradotto da Mondo Aspie, articolo: Radio-Canada.ca